Sostiene Mario Monti in una chilometrica intervista al quotidiano napoletano “Il Mattino” che la fuga dei cervelli dal Sud è conseguenza del fatto che “i giovani non vogliono sottostare a un sistema che premia ancora molto il tipo di inserimento sociale, le raccomandazioni piuttosto che il merito. Ne ho conosciuti di giovani di provenienza sociale tale che avrebbero potuto avere queste facilitazioni ma che hanno preferito andare all’estero, cimentarsi sul mercato ed essere orgogliosi di quello che hanno fatto anziché giovarsi delle conoscenze di famiglia. Cambiando questo tessuto si genera la crescita”.

Ovvietà per ovvietà, caro premier di un Paese dove si va avanti a botte di segnalazioni e amicizie anche nel ricco settentrione leghista, lei avrebbe potuto aggiungere qualche parola sui ‘prenditori’ (per lo più settentrionali, ma anche napoletani) che hanno fatto razzìa di fondi pubblici destinati al sostegno e allo sviluppo del Mezzogiorno per poi abbandonare le loro imprese al fallimento.

Oppure ricordarci il ruolo nefasto del sistema creditizio, che finanzia solo chi i capitali li ha già o gli amici degli amici presentati dagli amici ed ha rappresentato un freno soprattutto per chi come al Sud parte in condizioni svantaggiate. La dichiarazione più controversa di Monti arriva al termine del lunghissimo colloquio con il direttore Virman Cusenza: “La questione meridionale si presenta oggi rovesciata. Affinché l’Italia cresca, contribuendo di par suo al rilancio europeo, il Sud deve cambiare più del resto del Paese. Il Sud è un’occasione e non un freno allo sviluppo”. Come dire: la colpa è principalmente nostra, di noi meridionali: diamoci una mossa.

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