Dopo aver lungamente discusso il tema della disuguaglianzai prossimi post saranno di tenore diverso (ma non vi preoccupate il tema delle disuguaglianze non ho nessuna intenzione di abbandonarlo); per lavoro e per svago passerò il mese di agosto a esplorare l’estremo occidente: Buenos Aires, Rio De Janeiro, Denver, il Texas, e poi San Francisco
Venti ore di volo per arrivare da Londra a Buenos Aires. Sedicimila chilometri passati a leggere un capolavoro di Osvaldo Soriano, sonnecchiare e discorrere amabilmente con personaggi inusuali. 
La prima breve fermata del mio viaggio è Houston, Texas. Il George W. Bush Airport (si proprio cosi’ !!!) mi accoglie con quaranta gradi, le bandiere americane che sventolano, macchinette automatiche che vendono i-pod e la sensazione di essere giunto in un luogo di confine dove l’inglese e lo spagnolo si fondono in una lingua che sa d’immigrazione e ibridazione di popoli. La lunga attesa è allietata da un incontro che mi fa respirare aria d’Argentina.
Fernando è un uomo simpatico sulla sessantina, con i capelli brizzolati e gli occhi verdi, il suo modo di parlare calmo denota la tranquillità di chi ne ha viste tante, un’anima corposa come un buon bicchiere di malbec. La sua cantina esporta vino per il mondo, California, New York, Inghilterra, Australia, Giappone e persino la Francia dice con orgoglio mostrandomi le foto della tenuta che gestisce con un gruppo di amici. Ma Fernando non è un produttore di vino come tutti gli altri; ha partecipato infatti attivamente alla storia del suo paese: è scappato negli anni settanta per evitare di fare una brutta fine facendo il lavapiatti in un celebre ristorante di Londra, è stato deputato per una legislatura, e addirittura delegato a discutere i negoziati dopo la guerra delle isole Falkland negli anni ottanta. Un uomo che ha girato il mondo e rappresentato il suo paese in condizioni difficili, e che ora si dedica al suo vino. Senza rimpianti, ma con la gioia di chi ama sfide sempre nuove e diverse. 
Salutato Fernando all’aeroporto mi attende Omar, il suo taxi veloce mi porta in città. Omar è un peronista convinto, ricorda commosso Evita quando mi indica villa miseria la bidonville che si apre tra l’aeroporto e il centro città. Loro amavano i poveri, non ci saremmo mai ridotti così se ci fossero ancora loro. Omar sembra la materializzazione di uno dei personaggi che tanto amo nei libri di Soriano, fuori dal tempo e romanticamente sconfitto dalla storia. Parla con affetto dopo aver testato il mio interesse per la storia drammatica del suo paese, mi guarda e mi dice Emanuel, Buenos Aires con le sue luci e le sue tante ombre ti piacerà. C’e’ proprio tutto qui, Emanuel. Lo sfarzo e la bellezza di Parigi, la miseria e la disuguaglianza, la malinconia romantica di un passato glorioso, lo sfacelo di una repubblica delle banane…
Omar, parcheggia la macchina e mi abbraccia con spontaneità dopo aver scaricato la mia valigia. Bienvenido mi dice sparendo velocemente. Sono a San Telmo, finalmente nell’estremo occidente…
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