Uno va in tv, nero come la pece, ad annunciare urbi et orbi di aver stravinto le amministrative. Esultanza strana, senza un sorriso, senza gioia. Sventolando un grafico come il miglior Berlusconi dei tempi che furono.
L’altro sta di fronte ai microfoni venti secondi al massimo, solo per dire che no, non ha perso. È solo che i suoi elettori non sono andati a votare. Ah, ecco. Tutto molto più chiaro.

Uno non si rende conto che la sconfitta di Parma assume un significato simbolico, per modalità e proporzioni, che spacca il sistema politico italiano e apre scenari inimmaginabili per il prossimo anno.
L’altro non si rende conto, o forse finge, di guidare un partito imploso, lacerato, devastato e piallato dagli elettori.

Uno è Pier Luigi Bersani, il leader grigio di un partito grigio che può esultare solo perché è crollato meno dell’avversario.

L’altro è Angelino Alfano, il nuovo che è avanzato, in un partito che così com’è non ha più senso di esistere.

Entrambi sono espressione di un sistema agonizzante, che non ha futuro e che finché non farà almeno un minimo di autocritica resterà così com’è: totalmente avulso dalla realtà del nostro paese. Per chi crede nella politica, nonostante tutto, lorsignori non sono la speranza di un cambiamento, ma la certezza di un fallimento annunciato.

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