Le bombe di stamattina a Brindisi ripropongono in modo drammatico il legame fra eversione e mafia, ovvero di una mafia che non esita di ricorrere alla strage pur di riaffermare il proprio sistema di potere legato alla politica e agli affari. Questo ci riporta indietro negli anni al quinquennio 1978-1982, dall’uccisione di Aldo Moro a quella di Pio La Torre. Anche allora, come oggi, si trattava di imporre al Paese scelte difficili e indigeste. Ne seguirono il CAF e poi Berlusconi. E oggi? Fare luce sui delitti di trent’anni fa può servire anche a capire meglio la situazione odierna.

Chi ha ucciso Pio La Torre, dunque? Se lo chiedono in un avvincente libro Armando Sorrentino e Paolo Mondani. Paolo è giornalista d’inchiesta, ha lavorato con Santoro e ora con Milena Gabanelli. Armando è avvocato e dirigente dei giuristi democratici palermitani. E’ stato avvocato di parte civile per il PCI.

La domanda non è banale. Sono stati condannati, per l’uccisione di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo, i componenti della cupola mafiosa storica: Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri. Il movente viene fatto coincidere con l’intento di La Torre di promuovere una legge, poi approvata con il suo nome, per la confisca dei beni appartenenti ai mafiosi.

Tutti contenti e soddisfatti, quindi? Il caso è risolto? Neanche per sogno, rispondono gli autori. E mettono all’attenzione l’impegno di Pio La Torre contro il terrorismo, le trame nere, i missili a Comiso, le ingerenze statunitensi nella politica italiana e soprattutto la sua visione affatto riduttiva del fenomeno  che lo spingeva a parlare di sistema di potere affaristico-politico-mafioso.

Messi a tacere per sempre Pio La Torre e tutti gli altri che si opponevano, dai vertici delle Forze dell’ordine (Dalla Chiesa, Giuliano)  a quelli della magistratura (Chinnici e Costa e poi, dopo il maxiprocesso, Falcone e Borsellino), ai giornalisti (Francese, così come Fava e Alfano), ai politici (come Terranova, autore proprio con La Torre di una memorabile relazione di minoranza alla Commissione parlamentare antimafia), quel sistema ha dilagato a livello nazionale e internazionale trovando nuovi referenti politici, dopo la DC di Lima, Gioia e Andreotti, ed economico-finanziari, dopo i fratelli Salvo e Michele Sindona.

Acqua passata? Non proprio, se è vero che oggi più che mai si ripropongono le stesse tematiche: quelle della lotta per la pace e contro la finanza che vede una crescente partecipazione della mafia e una compenetrazione con la stessa. E si rivedono purtroppo le stesse scene di stragi.

Battere la mafia, che non è solo un’organizzazione criminale, richiede  un profondo rinnovamento della politica,tenendo presente che il consociativismo oggi più che mai in auge ne è il brodo di cultura per eccellenza.Così come richiede una mobilitazione  sociale, come quella che ha sottratto a  Ligresti il grattacielo milanese. E richiede una forte consapevolezza culturale, rivolta contro la cultura mafiosa e contro il liberismo selvaggio che, come affermava proprio Pio La Torre, è la base stessa dell’ideologia mafiosa.

La mafia quindi, irrobustita dalla globalizzazione  neoliberista, è oggi un fenomeno nazionale, europeo e mondiale. Tanto più importante appare batterla in quella che fu una delle sue culle rieleggendo in questi giorni a sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il politico che più di ogni altro simboleggia lo spirito della primavera palermitana e il ripudio senza compromessi di ogni consociativismo, come chiede un appello firmato fra gli altri da Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Gianni Ferrara e Gaetano Azzariti.

Ma soprattutto, rilanciare un movimento di massa contro il sistema politico-affaristico-mafioso, contro i padrini assassini e i loro sponsor politici, facilmente identificabili mentre ipocritamente partecipano alle commemorazioni e ai funerali delle nuove vittime innocenti.

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“Mannino temeva di essere ucciso e diede il via alla trattativa Stato-mafia”

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