Come cittadino, come familiare di vittime del terrorismo e come presidente dell’Unione vittime per stragi, oltre che dell’Associazione che riunisce coloro che furono coinvolti loro malgrado dall’esplosione del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, non posso non intervenire a valle della sentenza di secondo grado pronunciata dalla Corte d’Appello di Brescia.

L’elemento più clamoroso, oltre alle assoluzioni questa volta depurate dalla formula dubitativa, c’è la richiesta delle spese processuali alle parti civili, cioè alle vittime. Quelle che in tutti questi anni – ne sono passati 38 dallo scoppio dell’ordigno a piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 – hanno avanzato una sola richiesta: quella di avere giustizia per i morti, i feriti e chi ha subito un lutto tanto devastante.

Invece no. Come nel 2004 con la sentenza d’appello per la strage di piazza Fontana, confermata nel 2005 dalla Cassazione, sono le vittime che vengono condannate. Non un biasimo, invece, per quel pezzo dello Stato che, in tutti gli anni della strategia della tensione e anche oltre, ha coperto, insabbiato, depistato, ha lavorato pervicacemente perché la verità non fosse raggiunta.

C’è invece un altro pezzo dello Stato, forse esiguo ma fondamentale, che non ha rinunciato. E questi processi lo dimostrano. Ci rivolgiamo a questo punto ad esso con una richiesta che riteniamo legittima, civile e indispensabile: quel pezzo di Stato non rinunci all’accertamento della verità. E faccia in modo che mai siano colpite le vittime. Esse, con il loro impegno ormai decennale, rappresentano una delle parti più sane di questo Paese.

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