È bastata una mail arrivata da Atlanta per bloccare tutto. Cocacolla.it, sito italiano attivo dal 2010 che si occupava di “arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete”, ha dovuto chiudere i battenti. Colpa della multinazionale della bollicine: risulta oggi uno tra i dieci brand più conosciuti al mondo, eppure si è preoccupata che l’assonanza tra il suo nome e quello del sito potesse far “insorgere un grave rischio di confusione per i consumatori”.

Cocacolla
si era guadagnato un certo seguito online: 1.000 follower su Twitter, 7 mila fan su Facebook, 1,5 milioni di visitatori unici nel suo primo anno di vita. L’assonanza con la bevanda, naturalmente, era voluta: “L’idea di scegliere questo nome – dicono ora i gestori in un comunicato – era nata quando pensammo di mettere insieme la colla, elemento fondamentale dell’artistica di base della street-art, con la Coca-Cola, simbolo di cultura pop, dell’industrializzazione e della pubblicità”. Coca-Cola company, però, nonostante un oceano di mezzo, ha recapitato una lettera di diffida attraverso il suo mastodontico ufficio legale chiedendo di non registrare il marchio, di cancellare il sito al nome di dominio e di far sparire perfino ogni profilo sui social network.

Quello che adesso si firma “il fu Drink Team”, ovvero i ragazzi di Coca-Colla, non se la sono sentita di sfidare un colosso del consumo mondiale. Dopo aver contattato uno specialista in proprietà intellettuale, hanno gettato la spugna: “Il 5 marzo – l’annuncio – chiuderemo il dominio e tutti i profili ad esso associati”. Inutile, aggiungono, “sottolineare la nostra amarezza, figlia dell’ennesima situazione nella quale Davide soccombe inevitabilmente a Golia”. Dalla redazione hanno chiesto il supporto della Rete attraverso una hashtag su Twitter, #supportcocacolla, che ieri ha svettato per tutta la giornata in cima ai temi caldi del social network. Annunciano anche che torneranno “con una nuova identità”. Resta la delusione per un omaggio alla bibita più famosa al mondo spazzato via dal cinismo di un marketing sordo e cieco.

twitter.com/fedemello

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