A notte fonda, quando ho messo via le matite, raccolto i trucioli di gomma, spento la luce del tavolo, avvicinarmi alla camera dei bimbi, togliermi le ciabatte molto prima che possano sentirle fregare il pavimento, entrare al buio e alzare appena la luce che li disegna lieve, dosare ogni movimento, paralizzarmi a uno dei loro cambi di gallone perché a volte son convinto che abbiano, i miei bimbi, il volumetrico… Mettere le mani avanti per precedere un ostacolo, fermarmi di colpo e trattenere il fiato quando era solo Nicolò che parlava nel sonno, avere quell’istante di panico perché non vedi le coperte che si alzano e sia abbassano, piano, come quelle di chi respira e poi vedere che si muove, avvicinarsi alla testa di ognuno e inspirare forte l’odore di pane caldo di Jacopo e quello dolce di pasticceria di Nicolò, trattenere il fiato per non far rumore con il proprio naso e sentire tutto, accostare l’orecchio a Jacopo per sentire un piccolo mantice che infrange il romantico babbo con un semplice “prop”, soffuso dalla trapunta ma non eluso all’ olfatto paterno.

Trattenere la voglia di scoppiare a ridere e reprimere il colpo di tosse che il riso represso provoca, tutto questo retrocedendo dalla tana dei miei figli prima che si accorgano di me, inciampando in una macchinina che prima non c’era, ricercando una ciabatta che son sicuro era lì, annaspando sull’interruttore e sbagliare verso inondando la stanza di luce, pregare qualche colero al muro che non ha schivato il mignolo del piede, attendere che i bimbi non si siano accorti del papà, guadagnare il proprio letto con un sonno meritato, con quel sorriso al buio che so solo io d’averlo, sapendo che loro son di là, belli, a sognare, appoggiare la testa sul cuscino, finalmente, chiudere gli occhi… e Nicolò che si aveglia puntuale come un guasto il giorno dopo l’assicurazione scaduta!

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