Il deputato del Pdl Maurizio Bernardo

In tempi di crisi, riprendersi i soldi dei corrotti sarebbe ancora più utile al bilancio dello Stato. Invece “la tutela dei fenomeni corruttivi o concussivi è obiettivamente rallentata”. Lo scrive il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Lombardia Antonio Caruso, nella relazione d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012. E il motivo, spiega, sta in un codicillo introdotto dal Parlamento del 2009, che il procuratore precisa con tutti i crismi: “art. 17, comma 30 ter, Dl 78/2009…”.

Così non dice niente, ma all’epoca della sua controversa approvazione era noto alle cronache come “lodo Bernardo”, dal deputato (lombardo) del Pdl Maurizio Bernardo che lo aveva presentato. Guadagnandosi l’accusa di aver confezionato l’ennesima legge ad personam che avrebbe tutelato, tra gli altri, l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi da ulteriori effetti collaterali del nascente “caso escort”. Per di più, il lodo Bernardo era stato inserito come emendamento al decreto “anticrisi” di quell’anno, e non è semplice comprendere come possa contrastare la crisi un provvedimento che toglie risorse alla casse pubbliche senza portare alcun vantaggio alla collettività.

La norma introdotta nel 2009 limita fortemente la possibilità della Corte dei conti di agire per danno d’immagine nei confronti dei funzionari pubblici infedeli. Prescrive fra l’altro l’esistenza di una sentenza di condanna definitiva. Da qui il sospetto, sollevato a suo tempo da Pd e Idv, che il testo fosse “telefonato” per le esigenze del Cavaliere, all’epoca non ancora indagato per il caso Ruby, ma già al centro del caso D’Addario-escort. Che data la grande risonanza internazionale, qualche sostanzioso danno d’immagine alla Repubblica italiana verosimilmente lo stava provocando. E ben altri ne sarebbero derivati a breve con la storia della minorenne “nipote di Mubarak” ospite per diverse notti ad Arcore.

Come al solito, però, la legge ad personam finiva per beneficiare una vasta platea di soggetti in quel momento “attenzionati” dalla magistratura contabile, ma ben lontani da una sentenza definitiva. Per esempio il sindaco Letizia Moratti, alle prese con le “consulenze d’oro” del Comune di Milano, una vicenda che si è poi conclusa con il proscioglimento in sede penale, ma con una condanna, limitata al danno erariale, da parte della Corte dei conti. Tra i primi a invocare il Lodo Bernardo in un aula di tribunale, il 29 settembre 2009, è stato Pier Paolo Brega Massone, primario della clinica “degli orrori” Santa Rita, sotto processo per omicidio, lesioni e truffa, con l’accusa di aver disposto interventi chirurgici inutili per ottenere maggiori rimborsi dal sistema sanitario lombardo.

Vent’anni dopo l’inizio dell’inchiesta “Mani pulite”, sul fronte della corruzione la situazione è “peggiorata”, ha affermato il presidente regionale della Corte Fabio Galtieri, perché sono più “raffinati i meccanismi” ed “è diffuso convincimento che le possibilità di essere colpiti sia bassa”. Nel 2010, l’azione dei giudici contabili ha consentito di recuperare 11,3 milioni di euro, che a giudicare dalle affermazioni di Galtieri sono una piccola parte monte mazzette circolante in Lombardia.

Nel frattempo, la norma architettata da Maurizio Bernardo ha dispiegato in pieno i suoi effetti. “Per effetto di tale novella legislativa”, scrive il Procuratore regionale Caruso nella sua relazione, “l’azione erariale a tutela dei fenomeni corruttivi o concussivi è obiettivamente rallentata”. Non solo: “Risultano in parte sterilizzati gli strumenti cautelari che l’ordinamento appresta per evitare che, nel corso del giudizio finalizzato all’accertamento della responsabilità amministrativo-contabile, possa ridursi o addirittura venire meno la garanzia patrimoniale dei soggetti responsabili” (qui il testo integrale della relazione).

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