I ricordi di una vita diventano un museo. È la storia delle Officine grandi riparazioni di Bologna, oggi rinominate Officine di manutenzione ciclica, raccolta e raccontata da una persona che ci ha lavorato e vissuto, Salvatore Fais. Entrato in azienda nel 1986, dalla Sardegna. Uno dei 400 dipendenti che ogni giorno trascorreva il suo tempo in quella ‘città nella città’ operosa e frenetica, che negli anni è stata attraversata da centinaia persone. Che in quei capannoni ci viveva, aveva amici, si sentiva a casa.

E lui, Fais, quei ricordi li ha conservati gelosamente sin dall’inizio della sua carriera alle Ogr, trasformandoli lentamente in un museo. Ad oggi ancora chiuso al pubblico, sito proprio tra i capannoni dove un tempo si aggiustavano treni e locomotive, ma che il 25 aprile, su concessione dell’azienda, aprirà alla città. Condividerà, insomma, un’esperienza che ha segnato Bologna e la regione profondamente trasformata dal 2008 in un archivio del dolore.

50 anni dopo il periodo più attivo delle officine, e con l’approssimarsi della dismissione della fabbrica prevista per il 2014, infatti, l’ex rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ha raccolto sufficiente materiale per ricostruire i cent’anni di storia cittadina e commemorare le oltre 200 vittime, morte a causa di patologie connesse all’amianto. Due delle quali scomparse recentemente, Francesco Malossi, capo tecnico in pensione e Luciano Bencivenni, tecnico della manutenzione. Pochi giorni prima della storica sentenza, emessa dal Tribunale di Torino, che ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 69 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni, alla fine del processo Eternit, che rispondevano di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche.

Due nomi che si sono aggiunti a una lunga lista, tanti anzi troppi, che Fais vuole commemorare. “Ho combattuto per poter avere un locale più ampio, all’inizio conservavo tutto dietro al tavolo” ha raccontato a Repubblica, mostrando la parete tappezzata di foto, anzi, di volti. “Quando posso vado ai funerali dei miei colleghi e ne chiedo una. Con un po’ di passaparola, ho raccolto quasi tutti i santini dei morti per amianto che hanno lavorato qui”. Morti che continua a ricordare, che riparavano i treni gravemente danneggiati, che lavoravano nell’ambito “del recupero rame”, che tagliavano “in reparto, l’involucro di resina e la guarnizione per recuperare il metallo, senza nessuna precauzione per gli addetti e l’ambiente” si legge in una delle tante segnalazioni fatte dai responsabili dei lavoratori per la sicurezza. In condizioni da prima “fasulle”, senza alcuna prevenzione, e poi con misure “insufficienti”.

E se, ricordano coloro che alle Ogr ci hanno lavorato, il periodo peggiore fu durante gli anni cinquanta e sessanta, quando si procedette alla coibentazione del materiale rotabile, l’officina “era una miniera a cielo aperto” ricorda Fais sull’Unità “e lavoratori portavano l’amianto a casa”, contaminando di fatto tutta la famiglia visto che per contrarre il mesotelioma basta un’esposizione minima, anche nel periodo seguente la situazione fu difficile, e pericolosa. L’amianto era ancora lì e ci vollero anni per rendere la zona ‘sicura’. Dalle prime segnalazioni, risalenti agli anni settanta, gli addetti alla sicurezza denunciarono instancabilmente la pericolosità delle procedure ottenendo via via qualche protezione, divisori, e poi l’introduzione di tute protettive da indossare in alcune aree della struttura. Anni di battaglie che si sono tradotti in vite umane, difficili da quantificare. Che rendono la vicenda delle Ogr una ferita ancora aperta.

“Conservare la memoria dell’officina con materiali, strumenti e foto, specialmente alla luce della volontà, da parte dell’azienda, di chiudere la fabbrica è ancora più importante” sottolinea Alberto Ballotti, segretario generale Filt – Cgil. “La storia andrebbe tutelata, ricordata e portata verso la città, è un brandello di Bologna. E fa rabbia l’idea che quello spazio venga immotivatamente chiuso, senza una spiegazione che abbia una tenuta industriale. Perché si dismettono le cose che non servono più mentre gli ultimi eventi, l’emergenza neve dimostrano che di manutenzione c’è ancora bisogno e invece di esternalizzarla potrebbero sfruttare ciò che già esiste”.

“Al di là delle vicende giudiziarie, delle condanne nei confronti dei dirigenti dell’Ogr” ricordano anche i delegati della Cgil “è incredibile il fatto che ancora oggi nonostante l’evidenza dei fatti non vengano neppure riconosciuti i benefici previsti per i lavoratori esposti all’amianto, ai ferrovieri che hanno lavorato presso le officine di Bologna. Né il prepensionamento, che si ottiene solo con cause lunghe e costose e con una sentenza della Corte dei Conti, ne un risarcimento pecuniario, che arriva spesso troppo tardi, quando la malattia è terminale o il soggetto, defunto”.

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