Lotta senza esclusione di colpi tra Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei alla conquista del vertice di Confindustria per la successione ad Emma Marcegaglia. E proprio ieri pomeriggio per quattro ore, davanti all’assemblea di Confindustria Emilia Romagna, sono volati fendenti sotto la cintola: segno che tra i due la competizione sta diventando una vera battaglia.

E anche se Luca Cordero di Montezemolo aveva già espresso i suoi favori per Bombassei, l’endorsement ufficiale da parte degli industriali emiliano romagnoli pare orientarsi all’opposto del patron Ferrari. Così dopo gli scricchiolii di Assolombarda, dapprima favorevole a Bombassei e ora probabilmente più incline a votare Squinzi, e dopo l’abbandono dalla gara del veneto Riello e quindi della ricollocazione dei voti veneti che non sembrano così sicuri per Bombassei, l’Emilia Romagna potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso facendo pendere la bilancia per Squinzi che proprio in questa regione, a Sassuolo, ha costruito le sue fortune industriali acquistando anche la squadra di calcio omonima portandola ai vertici del campionato cadetto.

Squinzi ha 77 anni e dirige da 30 anni l’azienda lombarda Mapei, produttrice di adesivi per pavimenti e rivestimenti che oggi fattura 2,1 miliardi di euro per 7.500 dipendenti in 59 stabilimenti dei cinque continenti. Di area cattolica, per lui l’equidistanza politica pare pagare: amico di Prodi ma anche di Confalonieri, vicino a Cl ma anche al Pd, sta conquistando città dopo città, voto dopo voto una carica prestigiosissima che nemmeno un mese fa lo vedeva concorrere con un misero 20% di consensi nazionali.

Dall’altra parte il vicentino Alberto Bombassei, 72 anni, re dei freni per i veicoli e titolare della Brembo, multinazionale con quasi 600 milioni di euro di fatturato (di cui l’85 per cento all’estero e il 10 alla Fiat). Con lui Marchionne e Luca Cordero di Montezemolo (di cui Bombassei è socio nei treni di Ntv), l’ingegner De Benedetti, Marco Tronchetti Provera  e Diego Della Valle. Senza dimenticare l’apporto iniziale del Corriere della Sera, ora non più vicinissimo all’imprenditore vicentino. Uno schieramento di duri e puri, anzi di veri e propri “falchi”, che in questo momento non pare bastare. Anzi, che rischia di diventare un fardello eccessivamente conservatore per rendere la candidatura Bombassei una realtà.

Infatti oggetto del contendere tra le due correnti pare essere la querelle nata attorno alla ridiscussione dell’articolo 18 da parte del governo Monti. Da un lato l’esperienza di mister Mapei (mai un licenziamento e/o una cassa integrazione nella sua azienda, n.d.r.), cauto e dialogante con sindacati e lavoratori; dall’altro Bombassei che il 17 gennaio scorso ha lanciato il programma per la “rifondazione di Confindustria” dove si sono messi subito in discussione i rapporti con la triplice e nemmeno tre giorni dopo tra i cancelli della Brembo è scattato lo sciopero.

“Credo che l’articolo 18 sia una anomalia italiana, ma credo che il prossimo presidente di Confindustria non se ne occuperà più di tanto perché il problema sarà risolto prima di maggio autonomamente dal governo”. Queste le prime parole di Squinzi, al termine dell’incontro tenutosi a Bologna con gli imprenditori emiliano romagnoli di Confindustria che lo hanno ascoltato in veste di candidato alla presidenza. “L’articolo 18 non è il motivo per cui nessuno viene più a investire in Italia o per cui gli imprenditori italiani hanno perso la voglia di investire nelle loro imprese”, ha proseguito il patron Mapei prima dell’affondo velenoso al collega in gara, “io ho poche idee ma chiare, invece ho letto il programma di Bombassei, le sue dieci pagine, e non ho capito tutto fino in fondo”.

Apriti cielo. Bombassei ha risposto a stretto giro, a qualche metro più in là: “Se si toglie il tappo di questo vincolo dell’articolo 18, che abbiamo peraltro solo noi in Europa, credo sarà molto più facile creare posti di lavoro per i giovani: la riforma è sulla flessibilità in entrata e in uscita e soprattutto, credo, sia per facilitare la creazione di nuovi posti di lavoro e per dare una risposta ai giovani”. Infine la stoccata che non verte di certo sui massimi sistemi, ma dell’annullamento dei voti provenienti dal comitato del Mezzogiorno che si sarebbe già espresso per Squinzi: “Forzare un territorio, come in questo caso il Meridione, a prendere una posizione, lo trovo anche di cattivo gusto oltre a essere non corretto con la raccolta di pareri tramite mail e telefonate e dopo una frettolosa riunione”.

La scadenza del 22 marzo, giorno del voto, è vicina e i 190 industriali che compongono la giunta dei votanti di Confindustria sembrano oramai vicini all’opzione per il candidato più soft. In un momento di forti tensioni politiche soprattutto in ambito economico-industriale, la presidenza Squinzi potrebbe perfino risultare un segnale di insperata distensione del conflitto sociale. Montezemolo permettendo.

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