Il candidato repubblicano Rick Santorum

Tre su tre. Rick Santorum si aggiudica i caucuses di Colorado, Minnesota, oltre alle primarie in Missouri. I numeri della sua vittoria sono clamorosi. Il 44,8 per cento dei consensi in Minnesota (dove Mitt Romney finisce lontano terzo, con il 16,9 per cento). Il 40,2 per cento in Colorado, quasi sette punti davanti a Romney (in Colorado, sino a qualche ora fa, Romney era dato sicuro vincitore). Davanti alla folla festante dei supporter, Santorum ha annunciato di “non essere l’alternativa conservatrice a Mitt Romney. Sono l’alternativa conservatrice a Barack Obama“.

Il trionfo di Santorum riapre in modo drammatico i giochi delle primarie, che dopo i voti in Florida e Nevada sembravano ormai chiudersi a favore di Mitt Romney, il candidato dell’establishment repubblicano e delle élites finanziarie. Il West e il cuore della Bible Belt – l’anima conservatrice e religiosa d’America – hanno invece bocciato Romney e dato la loro benedizione al cattolico, anti-abortista, ferocemente anti-gay Santorum, che aveva già vinto in Iowa e che a questo punto può davvero porsi come il candidato dei repubblicani “molto conservatori”, degli evangelici e dei religiosi in genere, del Tea Party (uno status sinora rivendicato da Newt Gingrich).

Se le vittorie di ieri sera non portano delegati a Santorum (le primarie in Missouri erano un “beauty contest”, puramente simboliche e senza distribuzione di delegati; i repubblicani di Colorado e Minnesota distribuiranno i loro delegati in successivi congressi di partito statali), enorme è il loro valore in termini di slancio politico, futura attenzione da parte dei media, capacità di attrarre finanziamenti. Probabile che “Red, White and Blue Fund“, il SuperPac che appoggia Santorum, aumenti nelle prossime settimane la quantità di denaro da far affluire nella campagna del candidato (non a caso il suo principale finanziatore, il re dei “mutual fundFoster Friess, era ben visibile ieri sera sul podio dove Santorum pronunciava il discorso della vittoria).

La sconfitta di Romney è particolarmente bruciante. L’ex-governatore del Massachusetts nel 2008 si era aggiudicato il Colorado con il 60 per cento dei voti, e la settimana scorsa, in Florida e Nevada, era parso riuscire ad agganciare il voto più conservatore, da sempre il suo tallone d’Achille. Il triplice risultato di ieri sera dimostra che quel voto gli resta ancora ostinatamente ostile. Il suo passato politico in Massachusetts (con una riforma sanitaria che molti conservatori vedono come la logica anticipazione a quella di Obama), i legami con Wall Street restano per la destra del partito un handicap difficilmente superabile.

Il team di Romney, ieri sera, ha cercato di minimizzare la sconfitta. “Non abbiamo fatto campagna in Missouri”, hanno detto i suoi collaboratori, aggiungendo: “Anche McCain, nel 2008, aveva perso ben 18 Stati”. Lo stesso tono rilassato lo ha esibito Romney, davanti ai suoi sostenitori a Denver: “Sarò io il candidato” ha detto, cercando di ribadire quel tono di “inevitabilità” che è stata sinora la cifra più forte della sua campagna. In realtà quell’inevitabilità appare tutt’altro che garantita. Romney non piace alla base del partito. La sua candidatura attrae pochi entusiasmi (un fatto confermato dalla scarsa partecipazione degli elettori a questo giro di primarie. In Colorado hanno votato circa 80 mila repubblicani in meno rispetto al 2008).

La sconfitta in Colorado appare pericolosa anche in vista del futuro, possibile scontro con Obama. Il Colorado è un “battleground state“, uno Stato in bilico tra democratici e repubblicani, che i consiglieri di Obama ritengono però fondamentale per vincere il prossimo novembre. La mediocre performance di ieri sera dimostra che Romney non ha una presa solida sullo Stato. I suoi consiglieri, ieri sera, non hanno fatto alcun accenno a possibili cambiamenti di strategia, ma è probabile che a questo punto la sua formidabile, organizzata, ricchissima macchina elettorale rivolga le sue attenzioni proprio a Santorum (già ieri sera facevano sapere che “Santorum in fondo è un insider di Washington“). I prossimi appuntamenti elettorali – in Maine, Arizona e Michigan – paiono piuttosto favorevoli all’ex-governatore, la cui candidatura ha comunque perso quell’aura di certezza posseduta sino a ieri.

Mentre Newt Gingrich (che non si è nemmeno presentato in Missouri) rimanda a un suo ennesimo, possibile ritorno in pista per il Super Tuesday, martedì 6 marzo, va rilevato il secondo posto (con il 27 per cento dei voti) di Ron Paul in Minnesota. Si tratta del risultato migliore in queste primarie per il candidato dei libertarians. Paul ha fatto una campagna capillare e serrata in Minnesota, tornandoci più volte e sollevando i consueti entusiasmi tra la folla dei sostenitori. Il voto gli ha dato ragione e ora il senatore del Texas rivolge la sua attenzione soprattutto al Maine, dove i pronostici lo danno vincitore e dove potrebbe comunue aggiudicarsi una buona parte dei 24 delegati in lizza. Nel discorso di ieri sera ai supporter, Paul ha ancora una volta fatto riferimento alla causa libertaria, liberista, non-interventista in politica estera, che muove la sua candidatura: “Il mondo è cambiato drammaticamente – ha detto – e le nostre visioni non sono soltanto accettate. Sono continuamente ricercate”.

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