Giuseppe Pignatone, attuale procuratore di Reggio Calabria

L’attuale procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, sarà il prossimo capo della Procura di Roma, dove prenderà il posto di Giovanni Ferrara, diventato sottosegretario del governo Monti. Per la conferma definitiva servirà il sì del plenum del Consiglio superiore della magistratura, ma questo passaggio sembra quasi una formalità in considerazione del fatto che il nome di Pignatone è stato indicato all’unanimità dalla Commissione direttivi del Csm, il che rende praticamente scontato il via libera alla nomina.

Giuseppe Pignatone, 62 anni, si insediò alla guida della Procura di Reggio Calabria quattro anni fa e da allora il magistrato siciliano ha guidato una lotta senza quartiere alla ‘ndrangheta. Prima dell’esperienza calabrese, il procuratore era stato a Palermo, dove da procuratore aggiunto aveva, tra le altre cose, coordinato le indagini che hanno poi portato alla cattura di Bernardo Provenzano. Nei quattro anni alla guida della procura reggina, Pignatone – oggetto anche di pesanti intimidazioni mafiose – ha guidato una serie di indagini contro le cosche di Reggio Calabria e provincia culminate nell’operazione del 13 luglio 2010 in Italia e all’estero, con oltre 300 arresti.

Anche grazie al coordinamento con la procura della Repubblica di Milano, poi, le indagini di Pignatone e dei suoi pm ha portato al delinearsi di una struttura unitaria delle cosche della ‘ndrangheta calabrese, capaci di inserirsi di prepotenza nel tessuto economico e sociale di molte regioni del nord (Lombardia, Piemonte e Liguria in primo luogo) ma di far rimanere la testa dell’organizzazione a Reggio Calabria. Un quadro a tinte fosche, quindi, testimoniato anche dai sequestri e dalle confische di beni dal 2008 in avanti, dalle indagini sul narcotraffico, sui rapporti con la politica, dall’area grigia. L’ultimo allarme di Pignatone è arrivato il primo febbraio scorso, in un convegno in cui il procuratore ha descritto la situazione reggina dopo gli ultimi sviluppi: “Non c’è – ha detto – una sola fetta sociale vergine e i rischi di contagio sono costanti. Ciò è essenzialmente dovuto al crescente ruolo degli enti locali, agli appalti, alle assunzioni, alla fornitura dei servizi, nel quadro del controllo del territorio che le cosche perseguono. Interfacciarsi con i politici, per la ‘ndrangheta, significa governare la clientela che aumenta il suo potere e il suo ‘riconoscimento sociale'”. E infine una considerazione: non c’è “così come per il terrorismo, la figura di un ‘grande vecchio’ che sta dietro ogni decisione delle cosche, sia singolo o come gruppo di persone, poiché le indagini finora svolte danno sì un’idea unitaria del fenomeno, ma è illusorio credere che basterebbe individuare e colpire quella ‘figura’ per sconfiggere definitivamente la ‘ndrangheta”.