Venerdì, il Tribunale straordinario cambogiano incaricato di processare i leader del regime dei khmer rossi ha emesso la sua prima sentenza definitiva, condannando all’ergastolo il ‘comandante Duch’, vero nome Kaing Guek Eav, che fu l’inflessibile direttore del centro di detenzione S21 (oggi trasformato nel memoriale del genocidio Tuol Sleng). Un inferno in terra, in cui tra il 1975 e il ’79 furono rinchiuse quasi 20.000 persone tra oppositori politici ed ex militari accusati di tradimento, detenuti in condizioni disumane e sottoposti a frequenti torture e sevizie, e a cui solo una decina di prigionieri sono sopravvissuti.

La sentenza è stata prevedibilmente accolta dal plauso unanime della comunità internazionale, che l’ha definita ‘giusta’, ‘importante’, ‘storica’. Alle sue spalle, però, si cela un tribunale pieno di problemi, che da quasi 13 anni procede a rilento lungo un percorso irto di ostacoli di ogni genere. L’ultimo, in ordine di tempo, quello economico: da qualche anno a questa parte, i donatori internazionali, che assieme all’Onu garantiscono i finanziamenti necessari a far funzionare la macchina giudiziaria, hanno iniziato a serrare i cordoni della borsa, un po’ per austerità e un po’ per sfiducia, e le casse del tribunale sono ormai sempre più vuote. Tanto che da settimane i circa trecento dipendenti cambogiani, che costituiscono oltre due terzi del personale, sono costretti a lavorare senza stipendio, in attesa che le Nazioni Unite trovino una soluzione.

Un secondo problema, che assilla il tribunale straordinario fin dalla sua creazione, è quello del tempo. Tra diatribe procedurali, battaglie sulle imputazioni e rinvii di varia natura, ci sono voluti dieci anni prima che si potesse tenere la prima udienza di dibattimento, quella a carico del citato Duch, e un altro anno e mezzo per la sentenza d’appello definitiva. Mentre per gli imputati di primo piano, i quattro leader del regime dei khmer rossi sopravvissuti (il ‘compagno numero uno’, Pol Pot, è morto nel 1998), l’apertura del processo vero e proprio continua ad essere rimandata. Prima per verificare la lista dei testimoni, poi per colpa degli acciacchi di uno degli accusati, tutti ottuagenari, poi, nell’agosto scorso, per la richiesta di effettuare una perizia psichiatrica sull’unica donna della lista, la settantanovenne Ieng Tirith, che secondo i suoi avvocati è mentalmente instabile e non è per questo in grado di dare istruzioni per la difesa. Infine, in queste settimane, per lo stallo del procedimento di nomina di un nuovo procuratore internazionale dopo le dimissioni del tedesco Siegfried Blunk, in aperta polemica con il governo di Phnom Penh. Così, il ‘compagno numero due’ e vice-capo dell’Alto comando dei khmer rossi Nuon Chea, il presidente della repubblica della Kampuchea democratica Khieu Samphan, l’ex premier e ministro degli esteri Ieng Sary e sua moglie, la citata Ieng Thirith, ex ministro degli affari sociali, sono finora comparsi in aula solo per due udienze preliminari, mostrando tra l’altro condizioni di salute precarie.

L’ostacolo più grande, però, sono le ingerenze politiche. I ministri e il premer Hun Sen, che in gioventù fu un quadro dei khmer rossi, prima di fuggire e unirsi alle truppe di liberazione vietnamite, sono infatti sempre stati abbastanza restii a lasciare mano libera ai giudici internazionali, in particolare in materia di individuazione degli imputati. In nome del ”bisogno di riconciliazione nazionale”, hanno più volte fatto pressione sui membri locali del collegio (composto da 5 giudici di cui 3 cambogiani) affinché respingessero delle richieste a rinvio a giudizio formulate dagli inquirenti internazionali a carico di dirigenti del regime e comandanti militari, nonostante le proteste delle associazioni di difesa dei diritti umani. Proprio una storia di questo tipo, il rifiuto di rinviare a giudizio due ex alti graduati dell’esercito per “mancato adempimento dell’onere probatorio”, è stato all’origine delle dimissioni del giudice Blunk. Le lacune nelle indagini e la conseguente assenza di prove concrete, aveva affermato il magistrato annunciando il suo addio, sono colpa delle autorità cambogiane, che avrebbero fatto di tutto per ostacolare l’istruzione di nuovi procedimenti presso il tribunale speciale, arrivando addirittura a dire agli inquirenti, per bocca del ministro dell’Informazione Khieu Kanharit, che ci intendeva insistere su questo punto poteva anche “fare le valigie ed andarsene”.

Nononstante tutte queste difficoltà, il tribunale tenta faticosamente di portare a termine la missione che le Nazioni Unite gli hanno assegnato: garantire giustizia alle vittime, e soprattutto ai pochissimi superstiti. Per uno di loro, forse il più noto, è però troppo tardi ormai: il pittore Vann Nath, sopravvissuto di Tuol Sleng reso famoso nel 2003 dal pluripremiato documentario di Rithy Panh “S21: la macchina di morte dei khmer rossi”, è morto nel settembre scorso, a 66 anni, per un attacco cardiaco. “Avevo deciso che se fossi sopravvissuto e avessi riavuto la libertà, avrei raccontato gli eventi per mostrare ciò che era successo, in modo che la nuovo generazione potesse conoscere le nostre sofferenze – raccontava nelle sue memorie – Dovevo rivelare, dovevo scrivere, dovevo compilare, in modo che ciò potesse usato come specchio per parlare ai giovani delle vite di quelli che furono accusati senza ragione, che non avevano fatto nulla di male, e che furono puniti in quel modo”.

di Chiara Rancati