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L’apartheid della politica

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Cari giovani, dice Monti che il posto fisso ve lo potete scordare. E dice anche che questa pretesa è una monotonia: “E’ bello cambiare e accettare delle sfide”, ha affermato ieri sera di fronte a milioni di telespettatori. Non è paradossale che uno che siede non solo sulla poltrona di Presidente del Consiglio dei Ministri, con lauto stipendio e privilegi vari, ma addirittura su quella di senatore a vita, chieda ai giovani di abbandonare la speranza del posto fisso? Un senatore a vita: più “posto fisso” di così! Chissà quanti sono gli italiani che vorrebbero sollevare Mario Monti dalla monotonia quotidiana?

Al contrario di Berlusconi, Monti non ama ironizzare e diffondere falso ottimismo. Preferisce dirlo chiaro che le sue politiche del lavoro non puntano dove vorremmo. Così i giovani, perfettamente consapevoli del fatto che è già difficile trovare un “posto da precario”, devono rinunciare al “sogno” del posto fisso, e i lavoratori devono dimenticare il diritto sancito dall’articolo 18, che Monti definisce “pernicioso per lo sviluppo dell’Italia”. Ci sono poi gli sfigati ultra ventottenni, quelli senza lo straccio di una laurea.

Ora, sanno benissimo, il sig. Monti e il suo esecutivo, che quando un padre di famiglia si rivolge ad una banca per un mutuo, questa gli impone di essere monotono; e dovrebbero conoscere altrettanto bene l’art. 1 della Costituzione, che recita(va?) “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In sostanza, poichè questo governo non è in grado di trovare la cura alla malattia, ha deciso di iniettare il virus a tutti, per sopperire al rischio di un “apartheid dei lavoratori”. Tutti disoccupati, per evitare disparità.

Sono stanca di ripeterlo: la crisi si poteva (e si potrebbe ancora) risolvere con manovre ben diverse. Seria lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, maggiore attenzione alla gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali. E invece no. Tagli alle pensioni, soppressione dei diritti, aumento dell’Iva (e quindi batosta al potere d’acquisto dei cittadini), e tante altre misure che definire inique sarebbe un eufemismo. Forse è arrivato il momento di smentire la “diceria” secondo la quale i parlamentari hanno il “posto fisso”: molti di loro potrebbero andare subito a casa e lasciare spazio ai giovani, che hanno tanto bisogno di lavorare. Basta con questo “apartheid della politica”.

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