Può il giudice di uno Stato che impone il crocifisso nelle aule di tribunale vietare ad una donna islamica di indossare il velo? Sia che il crocifisso venga posto nell’aula in nome delle radici cristiane, sia che vi venga posto in nome delle radici culturali, non si può, per l’art. 3 della Costituzione, impedire che altri portino su di sè simboli della loro religione e cultura. E apparirebbe contradittorio chiamare in causa la laicità dell’istituzione.

A parte le considerazioni sullepari opportunità” per donne islamiche, suore cattoliche, ebrei, sikh e altre persone che si coprono il capo per ragioni culturali e religiose, vorrei fare alcune considerazioni sulle donne che oggi, in Italia, indossano il velo islamico, quello che copre soltanto i capelli e il collo e quindi non determina difficoltà di identificazione contravvenendo alle norme per la tutela dell’ordine pubblico.

Nei contesti scolastici vedo tante ragazzine che indossano jeans e magliette aderenti e poi il velo islamico. Non mi pare siano oppresse, potendo esprimersi nel resto dell’abbigliamento con disinvoltura. Probabilmente, più che di padri padroni, nei loro casi si tratta di orgoglio culturale, nel voler manifestare la propria identità, piuttosto che nasconderla. Un orgoglio magari trasmesso dalla famiglia: ma la Costituzione non affida alla famiglia la potestà sull’educazione dei figli? Oppure questa vale solo per l’adesione all’ora di religione cattolica o per l’iscrizione alle scuole cattoliche?

Come ho già avuto occasione di chiedere in altra sede, come mai chi condanna il velo islamico non condanna anche il velo delle donne ebree ortodosse costrette a velarsi completamente, o quello delle donne indiane che nei loro paesi subiscono violazioni di diritti come le spose bambine o come le vedove segregate? Anche quei veli, infatti, potrebbero essere considerati simboli di oppressione, ma il fatto è che non li vediamo come minaccia alla nostra cultura.

Una cultura – quella occidentale – in cui non è poi chiaro se le donne siano davvero libere, visto che molte di loro non si vestono come vogliono, ma come vuole la moda, strizzandosi in abiti che spesso le imbruttiscono, evidenziando ogni difetto del corpo, invece che esaltarne la bellezza. Abiti che ammiccano al maschio anche quando pretendono di manifestare il desiderio di piacere a se stesse. E infatti basta guardare le pubblicità di moda, spesso ammiccanti sessualmente (ma con la donna come oggetto e non soggetto di desiderio) che dovrebbero generare un boicottaggio del marchio, da parte di donne davvero rispettose di se stesse.

Il mio non vuole essere un discorso moralista né femminista, ma contro le manipolazioni e l’ipocrisia.

In merito a queste contraddizioni, Asma T. Uddin, avvocato e giornalista impegnata su questioni internazionali di libertà religiosa con il Becket Fund for Religious Liberty, e Sarah Jawaid, giornalista e condirettore, con la prima, di un giornale musulmano, spiegano l’abbigliamento femminile arabo-islamico in una ulteriore prospettiva:

Senza dare facile accesso agli uomini del corpo femminile – sia fisicamente che visivamente – le donne conservano la loro sessualità misteriosa e irresistibile, aiutandole a prendere il controllo delle interazioni in privato con il sesso opposto, senza le pressioni della società. Senza questa possibilità di svilupparsi in privato – argomentano le due giornaliste – la sessualità femminile diventa causa di fragilità emotiva piuttosto che prendere il suo posto come fonte di potere”.

L’approccio maschio-centrico alla sessualità oggi in Occidente – è la critica – preme per un ambiente in cui le donne cedono al sesso occasionale come metodo più adeguato per tenere un uomo. Poiché invece nel mondo musulmano la sessualità femminile non è così accessibile, è più probabile che gli uomini cerchino di ottenere le donne musulmane alle condizioni delle donne“. Insomma, il velo come scelta di libertà.

Si può essere d’accordo o meno sulle motivazioni e sulle conclusioni, tuttavia ritengo che vietare il velo spesso non abbia alcun legame con la presunta volontà di liberare queste donne.

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Peter Gomez

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