Il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen

Alta tensione oggi alla Conferenza generale dell’Unesco a Parigi, dove è previsto un voto con una valenza storica, a suo modo anche imbarazzante: l’adesione della Palestina come Stato membro e non più come «osservatore», il suo status attuale. Secondo diverse fonti diplomatiche, i palestinesi potrebbero spuntarla: apparentemente hanno il consenso di almeno i due terzi dei rappresentanti dei 192 Paesi riuniti nell’assemblea.

Per l’Autorità palestinese sarebbe una vittoria importante in vista del traguardo maggiore: la domanda d’adesione all’Onu, da cui l’Unesco dipende. Si aprirebbe, però, all’interno dell’Organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura – che ha sede nella capitale francese – una grave crisi, anche di tipo finanziario: gli Stati Uniti ritirerebbero immediatemente i loro finanziamenti all’Unesco, circa il 22% del budget annuo (70 milioni di dollari nel 2011).

Gli americani, ma anche i diplomatici di molti Paesi europei, come la Francia e il Regno Unito, stanno cercando di convincere i palestinesi a rinunciare. O meglio, ad aspettare. «L’Unesco? Non è il luogo, né il momento per risolvere questo problema», ha sottolineato venerdì Bernard Valero, portavoce del ministero degli Esteri francese. Insomma, la faccenda va affrontata all’origine, a livello dell’Onu, di cui l’Unesco è solo una diramazione. Ma il presidente dell’Autorità, Mahmud Abbas, giovedì scorso non aveva lasciato adito a speranze: «Non rinunceremo alla domanda d’adesione della Palestina all’Unesco – aveva detto – la battaglia è molto intensa».

La votazione dovrebbe svolgersi dopo il discorso in assemblea di Riyad al-Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità palestinese. Il voto è stato preceduto lo scorso 5 ottobre da quello del consiglio esecutivo, dove la maggioranza dei Paesi rappresentati avevano dato l’assenso all’adesione e dato il via libera alla votazione ufficiale e definitiva di oggi. In quell’occasione solo 4 Stati membri avevano detto no (oltre agli Usa, la Germania, la Lettonia e la Romania), mentre 18 si erano astenuti (tra cui Francia, Italia e Spagna).

I principali Paesi europei spingono perché si vada per gradi. E perché l’Autorità venga ammessa a tre convenzioni dell’Unesco, compresa quella per il patrimonio mondiale. Ramallah ha già preparato una ventina di dossier relativi a siti che chiedono quell’ambito riconoscimento, alcuni dei quali situati in aree occupate da Israele. Uno in particolare riguarda la chiesa della Natività a Betlemme.

Nel caso degli Usa esistono dagli anni 90 due leggi specifiche che proibiscono al Paese di finanziare un’agenzia specializzata dell’Onu che accetti la Palestina come Stato membro. L’abbandono sarebbe automatico. «E avrebbe gravi conseguenze», ha sottolineato nei giorni scorsi Irina Bokova, diretore generale dell’Unesco. «Nel concreto bisognerà tagliare dei programmi. Ma non sarà solo un problema finanziario. E’ più ampio: riguarda l’universalità della nostra organizzazione».

Il forcing, comunque, da un certo punto di vista è comprensibile, visto che la situazione, a livello dell’Onu è praticamente bloccata. Lo scorso 23 settembre Abbas ha presentato la domanda d’adesione della Palestina all’Onu, sulla base dei confini del 1967, comprendendo, quindi, Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme Est. Nel caso delle Nazioni Unite, solo il Consiglio di sicurezza può approvare una domanda d’adesione. La candidatura deve ottenere almeno nove voti e nessun veto da parte dei membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). L’Onu affronterà la questione il prossimo 11 novembre. Ma il veto di Washington è, ovviamente, scontato.

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