Detta così rischio di essere linciato, per cui è meglio che apra subito una parentesi, anzi, due.

Prima parentesi: di solito io non sono mai d’accordo con Sacconi. Neanche sulle previsioni del tempo. Quando parla provo un senso di rigurgito, e la cosa, ahimè,  si ripete spesso perché in qualità di Consulente del Lavoro  sono costretto a sopportare i suoi comizi durante i corsi formativi on line ai quali presenzia con una puntualità sorprendente.

Seconda parentesi:  sono straconvinto che tutte queste misure,  di cui si sta discutendo al fine di far uscire il nostro paese dal baratro nel quale è stato cacciato, non servono assolutamente a nulla e sono utili unicamente a distruggere quel poco che resta dello stato sociale e a rinviare, di poco, il crack definitivo. Penso, in estrema sintesi, perché siamo dentro una parentesi e non la voglio far lunga, che si debba cambiare completamente il modello di sviluppo e procedere spediti verso un’altra economia basata su fattori e presupposti opposti a quelli perseguiti sino ad oggi.

Detto questo sono anche convinto che nel nostro paese, tra le altre cosette  da fare,  andrebbe abolito l’articolo 18. Anzi, sarebbe stato meglio abolirlo molto tempo fa,  ai tempi del referendum per  capirci.

Invece, sull’argomento la sinistra, e il sindacato in testa, hanno sempre avuto un atteggiamento “ideologico”, come dice oggi Sacconi, e hanno fatto dell’articolo 18 il simbolo di tutte le conquiste dei lavoratori, al punto da farlo diventare un dogma inviolabile, salvo poi calare le braghe di fronte al completo smantellamento del cosiddetto “stato sociale” e al totale sputtanamento del mercato del lavoro. E’ vero, in questi venti anni l’articolo 18 non è stato toccato, ma sono entrate in vigore una serie di normative, anche grazie al governo di sinistra (ad esempio i Co.co.co.) che di fatto oggi consentono alle aziende di aggirare l’ostacolo e instaurare una miriade di contratti di lavoro atipici che hanno elevato “la precarietà” a sistema.

Oggi, di fatto, l’assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato è una rarità.  Un’autentica mosca bianca.  Nel mio piccolo sono un testimone oculare quotidiano. Questo ha arrecato e arreca danni enormi a tutte le parti in gioco: imprese,  lavoratori e sistema economico.

Le aziende non dispongo mai di una forza lavoro – che, voglio ricordare, è la prima risorsa dell’azienda – qualificata, capace, motivata, perché per lo spauracchio dell’art. 18 (spesso alimentato ad arte,  ma anche spesso utilizzato dal sindacato come l’ unica arma per far valere i rapporti di forza con le aziende, anche quando si è trattava di difendere dipendenti indifendibili) l’azienda  evita di assumere, appena le viene data la possibilità, con contratto a tempo indeterminato.

I lavoratori così assunti si sentono come un funambolo in bilico sulla fune, i primi a cadere se qualcosa va storto, e affrontano il lavoro non come la definitiva soluzione del loro primario diritto costituzionale e  la realizzazione della propria personalità, ma come un disagio perenne che rende l’insicurezza uno stile di vita.

Il sistema economico, ma anche le normali relazioni sociali, sono state irrimediabilmente compromesse dal diffondersi della precarietà. I ragazzi non si sposano, non vanno a vivere insieme, non hanno progetti,  non fanno figli, non comprano casa, non possono neppure comprare l’auto perché le banche li guardano come appestati appena gli fan vedere la busta paga.

Ecco perché, in un paese normale, con una destra che fa la destra e la sinistra che fa la sinistra, in condizioni diverse dalle attuali e quindi fuori da questo contesto, nel mondo dei sogni probabilmente, quando sarà possibile tornare a parlare di politica e dell’art. 18,  io sarò uno di quelli che dirà: “Ok, togliamo l’articolo 18. Lo lasciamo solo per le discriminazioni politiche e sindacali, non si sa mai”.

I lavoratori torneranno a essere i primi  responsabili, con il loro modo di lavorare, della salvaguardia del posto di lavoro e le imprese torneranno a fare le imprese, investendo nel loro futuro prima di tutto attraverso la valorizzazione delle risorse umane, senza il terrore che un domani, dovesse andar male, siano impossibilitati a interrompere i rapporti di lavoro.

Nello stesso tempo, però, togliamo tutte le altre porcate, dai co.co.pro, ai contratti intermittenti, ai voucher, ai tempi determinati eterni, agli interinali, ai job sharing… non me li ricordo neanche tutti.

Per fortuna domani mattina ho un corso di aggiornamento e potrò ascoltare le nuove misure dalla viva voce del ministro Sacconi.

Cercherò di mangiar leggero.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Fiat, Marchionne: “Manterremo i posti
Ma nei limiti del possibile”

prev
Articolo Successivo

Malpensa, accuse (e inchieste) sulla Cargo city
“Precariato selvaggio, ricatti e caporalato”

next