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Il decreto lavoro è legge con la fiducia. Nel “salario giusto” si conta anche il welfare. Sanità privata esclusa dall’aumento automatico degli stipendi

Potranno accedere agli incentivi pubblici solo le aziende che applicano una retribuzione pari al trattamento economico complessivo previsto dai ccnl stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Ma il tec comprende, oltre alle voci retributive fisse, anche elementi di welfare contrattuale come fondi sanitari, assicurazioni e altre prestazioni integrative
Il decreto lavoro è legge con la fiducia. Nel “salario giusto” si conta anche il welfare. Sanità privata esclusa dall’aumento automatico degli stipendi
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Via libera definitivo del Parlamento al decreto Lavoro voluto dal governo Meloni, che diventa legge. Il Senato ha approvato con la fiducia il provvedimento con 94 voti favorevoli, 61 contrari e due astensioni. La maggioranza rivendica l’introduzione del principio del “salario giusto“, gli incentivi alle assunzioni e le misure contro il caporalato digitale. Opposizioni e sindacati denunciano un intervento insufficiente sul fronte delle retribuzioni e penalizzante per i lavoratori.

La novità più significativa riguarda il cosiddetto “salario giusto. Il decreto stabilisce che il riferimento sia il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. In teoria, quindi, i contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Ma il tec comprende, oltre alle voci retributive fisse, anche elementi di welfare contrattuale come fondi sanitari, assicurazioni e altre prestazioni integrative. Una scelta che mette sullo stesso piano salario monetario e benefit, consentendo di considerare “giusto” un trattamento che potrebbe prevedere stipendi base più bassi compensati da prestazioni non spendibili per affrontare le spese quotidiane.

All’applicazione del salario giusto è condizionata la possibilità di accedere agli incentivi alle assunzioni, per cui vengono stanziati circa 960 milioni di euro.

Il decreto introduce inoltre un meccanismo automatico per i rinnovi contrattuali in ritardo. Dopo nove mesi dalla scadenza del contratto collettivo scatterà un adeguamento pari al 50% dell’inflazione programmata (contro il 30% previsto dalla versione iniziale del testo). Ma sono esclusi alcuni comparti caratterizzati da forte stagionalità e, soprattutto, la sanità privata e il settore sociosanitario accreditato. Un’eccezione che ha provocato le proteste di Cgil, Cisl e Uil di categoria, scese in piazza a Roma contro quello che definiscono un “emendamento della vergogna”. Secondo i sindacati, la norma crea una discriminazione tra lavoratori pubblici e lavoratori del comparto accreditato, escludendo questi ultimi dall’anticipazione automatica degli aumenti salariali nonostante garantiscano servizi essenziali per conto del Servizio sanitario nazionale. Le organizzazioni ricordano inoltre che il contratto della sanità privata è fermo da otto anni e quello delle Rsa da quattordici.

Per Giorgia Meloni il decreto è la prova che l’esecutivo intende “difendere chi lavora, favorire nuove occupazioni e premiare le imprese che investono sul lavoro di qualità”. La premier ha rivendicato anche il contrasto allo sfruttamento e al caporalato digitale, contrapponendo le nuove misure a quella che definisce una logica di “assistenzialismo esasperato”.

Di segno opposto il giudizio delle opposizioni. Alleanza Verdi e Sinistra ha votato contro perchè il decreto non affronta la questione centrale della stagnazione salariale italiana. “Il tanto sbandierato aumento dell’occupazione c’è stato, ma nel frattempo i salari sono diminuiti”, ha accusato in Aula il senatore Tino Magni, secondo cui il governo ha scelto di privilegiare le imprese attraverso sgravi contributivi senza intervenire in modo efficace sul lavoro povero e sulla precarietà.

Nel testo trovano spazio anche le norme sui rider. Gli algoritmi utilizzati dalle piattaforme digitali potranno essere presi in considerazione come elemento di prova per accertare l’eventuale natura subordinata del rapporto di lavoro. Accanto a questa stretta, però, arriva anche un nuovo allargamento delle maglie della flessibilità: nel caso dei lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle agenzie interinali, il limite massimo di utilizzo presso la stessa azienda passa da 24 a 36 mesi. Una modifica che per il governo serve a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, mentre per i sindacati rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione della precarietà

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