Il senatore Marcello Dell'Utri

“Non merita altro che una risata”. Marcello Dell’Utri ha risposto così, a distanza, alle accuse dell’ex boss di Ficarazzi, Stefano Lo Verso, che oggi ha testimoniato al processo Mori di Palermo. “Nicola Mandalà (boss mafioso ndr) mi disse che avevamo nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano” ha detto davanti ai giudici il pentito di mafia, che poi ha spiegato: “Mandalà mi disse di stare tranquillo, perché eravamo coperti sia a livello nazionale che a livello locale. A livello nazionale con Schifani, che era collega di suo padre. A livello locale con Cuffaro e Romano”.

Nel corso della sua deposizione che vede imputati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano il generale dei carabinieri Mario Mori, ex comandante del Ros, e il colonnello Mauro Obinu, l’ex vivandiere di Provenzano ha sostenuto che Mandalà, boss di Villabate, gli parlò di Schifani come “amico e socio di mio padre”.

Diverso, invece, il ruolo di Dell’Utri. “Dopo le stragi – ha detto Lo Verso – Marcello Dell’Utri si è messo in contatto con i miei uomini”. Secondo l’ex boss di Ficarazzi, il senatore Pdl e fondatore di Forza Italia “dopo gli attentati a Falcone e Borsellino prese il posto di Salvo Lima, (l’eurodeputato Dc ucciso nel ’92, ndr)” e nel 1994 lui stesso di adoperò per far confluire sul nome di Dell’Utri quanti più voti possibili. Immediata la reazione dei legali del senatore. “Le dichiarazioni di Stefano Lo Verso, presunto vivandiere di Provenzano, costituiscono l’ennesimo e calunnioso tentativo di coinvolgere il senatore in vicende politico-mafiose autorevolmente escluse anche dalla recente sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo” hanno scritto gli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, secondo cui “l’ulteriore affermazione di Lo Verso secondo cui uomini del centro destra, tra cui Dell’Utri, sarebbero stati ‘nelle mani’ di boss mafiosi, contrasta in maniera stridente e oggettiva con tutta la legislazione antimafia, compreso l’inasprimento del 41 bis e l’irrigidimento delle misure di prevenzione che ha caratterizzato tutti i governi Berlusconi”.

Fatto sta che Lo Verso ha parlato. E ha detto tante cose. Sempre per quanto riguarda i sanguinosi attentati del 1992, ad esempio, Lo Verso ha riferito quanto gli aveva confidato Bernardo Provenzano, ovvero che “le stragi sono state la rovina”. Sui particolari di quanto accaduto, poi, Provenzano avrebbe detto al pentito che “in pochi sappiamo la verità: io, Totuccio (Riina n.d.r) e Andreotti“. Per Bernardo Provenzano, quindi, la strategia stragista sarebbe stata un grande errore e nel 2004 avrebbe aggiunto che “Salvo Lima è stato ucciso perché non voleva gli attentati e Vito Ciancimino forse è stato assassinato”.  Nonostante la sua contrarietà, Provenzano non si poteva “mettere contro il mio paesano (Riina n.d.r) che aveva deciso che le stragi si dovevano fare per fare un favore ad Andreotti che lo aveva garantito per una vita”. Il boss avrebbe anche rivelato a Lo Verso che “lo Stato sa chi ha fatto le stragi”.

Nel corso della sua deposizione, inoltre, Lo Verso ha ripercorso i motivi che lo hanno portato a pentirsi, decisione maturata prima con una sorta di “dissociazione”, poi con la formale collaborazione con la giustizia. “Avevo paura di morire – ha detto- ma ho messo in conto che almeno i miei figli non sarebbero stati figli di un mafioso. Non c’è futuro per i mafiosi”. Il pentito ha rivelato di aver deciso di rivolgersi al pm Nino Di Matteo e di formalizzare con lui la scelta di collaborare perché titolare del processo Mori, processo che ruota attorno alla mancata cattura del boss Provenzano rimasto libero, secondo l’accusa, in forza di un accordo stretto tra esponenti dell’arma e Cosa nostra. Lo Verso per circa un anno ha nascosto il boss a casa di sua suocera e ne ha raccolto confidenze e rivelazioni. “Non mi fidavo e non mi fido di nessuno – ha aggiunto- Solo di Di Matteo. E poi si sa che se si toccano certi argomenti si muore”.

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