L’emergenza alimentare che negli ultimi mesi ha sconvolto il Corno d’Africa potrebbe ripetersi, in un futuro neanche troppo lontano, in altri Paesi dell’Africa subsahariana come la Repubblica democratica del Congo. L’allarme arriva dal rapporto 2011 sull’Indice della fame nel mondo pubblicato dall’International Food Policy Research Institute (Ifpri).

A preoccupare, soprattutto, il fatto che in ben 26 Paesi del mondo si registrino ancora livelli di fame definiti “allarmanti”. I sei Paesi che nei ultimi dodici mesi hanno visto peggiorare la propria condizione, ad eccezione della Corea del Nord, tutti sono africani. Burundi, Eritrea, Ciad e Repubblica democratica del Congo alcuni dei più a rischio.

Ed è proprio Kinshasa a detenere la maglia nera, unica a essere passata nel giro di un anno da una situazione allarmante a una “estremamente” allarmante, con un incremento dell’indice di fame schizzato a +63%. A determinare un balzo tanto profondo, secondo il rapporto, la crescente violenza e l’instabilità politica, responsabili dell’aumento del numero di persone che soffrono la fame. Oltretutto la fotografia dell’Ifpri potrebbe essere anche più rosea della realtà, considerando che all’interno del rapporto non sono stati inseriti gli effetti della crisi dei prezzi alimentari del 2010 e del 2011 così come quelli della carestia nel Corno d’Africa.

Vero è che dal 1990 alcuni passi in avanti ci sono stati, e globalmente la fame nel mondo è diminuita. Ma non in maniera significativa e, soprattutto, tra le diverse aree del mondo restano profondissime disparità. Che la marcia verso la stabilità alimentare sia in affanno, del resto, è evidente considerando i ritardi sulla tabella di marcia degli “Obiettivi del millennio” elaborati nel 2000, che prevedono tra gli altri l’eliminazione della fame e della povertà estrema entro il 2015. Tutti i traguardi parziali sono stati disattesi, e in tempo di crisi economica dell’Europa (che riunisce alcuni dei donatori internazionali più importanti), l’obiettivo finale sembra sempre più lontano.

Come accadde nel 2008, provocando una crisi alimentare che mise in ginocchio migliaia di comunità nei Paesi in via di sviluppo i cui effetti sono ancora sotto gli occhi della comunità internazionale, siamo di nuovo di fronte all’innalzamento dei prezzi agricoli caratterizzati sempre più da una forte volatilità.

Per contrastare l’impennata dei prezzi e scongiurare effetti devastanti sulle fasce più deboli dei Paesi in via di sviluppo, l’Ifpri, propone una serie di interventi. Rinforzare i sistemi di protezione sociale, migliorare i protocolli d’intervento nelle situazioni di emergenza, creare riserve alimentari mondiali, ridurre sovvenzioni ai biocarburanti, regolamentare le attività finanziarie nei mercati alimentari e ridurre la speculazione intorno alle materie prime sono solo alcune delle necessità più stringenti. Senza considerare la necessità di investire sulle capacità di adattamento dei Paesi più a rischio ai cambiamenti climatici: secondo la Banca mondiale, infatti, solo nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha spinto quasi 70 milioni di persone in una situazione di povertà estrema.

Soprattutto, come vanno ripetendo da anni molte organizzazioni internazionali, sarebbe necessario puntare su un modello alimentare su piccola scala, basato sull’agricoltura locale, che permetta alle comunità più povere di garantirsi la sussistenza senza essere in balia delle continue oscillazioni di mercato. Questo e altri temi saranno, del resto, all’ordine del giorno dei lavori della prossima Giornata mondiale dell’alimentazione, in programma il prossimo 16 ottobre.

di Tiziana Guerrisi

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