Francia, sei mesi dopo. Come prevedibile, l’introduzione del divieto di indossare il niqab, il velo integrale che lascia solo gli occhi visibili, ha portato con sé conseguenze drammatiche.

Facciamo il punto della situazione: ad aprile Sarkozy ha bandito l’uso del velo da tutti i luoghi pubblici, le strade, i mercati, gli autobus. La motivazione addotta dai ministri francesi è che l’abolizione del niqab è un passo necessario verso l’uguaglianza.

All’epoca mi ero davvero infuriata, e avevo espresso le ragioni della mia contrarietà in un articolo su l’Unità.

Da allora altri paesi hanno cercato di inseguire l’esempio francese; attualmente Italia, Danimarca, Austria e Svizzera stanno spingendo per approvare leggi analoghe.

Eppure è proprio la realtà francese che dovrebbe far riflettere su quanto misure così drastiche siano nocive.

In Francia, infatti, da quando il divieto è stato introdotto sono aumentati gli episodi di razzismo e violenza. La legge prevede una sanzione di 150 euro per chi viola il divieto. Ad oggi nessuna donna è stata punita, e la polizia reagisce con imbarazzo o noncuranza. La realtà è che vietare il velo è una misura sbagliata, nociva e pericolosa.

E lo è per due motivazioni.

La prima: vietare il velo è il modo migliore per segregare le donne, ridurle a mero terreno di scontro (presunto) con l’Islam (anche se il velo integrale davvero poco ha a che fare con la religione, essendo per lo più una questione di tradizioni di alcune parti del mondo islamico). Il velo è la più visibile delle differenze, e quella più facile da stigmatizzare. È certamente vero che molte sono costrette ad utilizzarlo da padri o mariti; questo tuttavia non autorizza uno Stato a perpetuare violenza obbligando a toglierlo. Se le donne sono l’ultimo anello di questa catena, perché prendersela proprio con loro? Se un paese non le accetterà con il velo, allora molte saranno obbligate a stare a casa, a rinunciare allo studio e alla loro autonomia. Sarebbe questo il risultato auspicato?

Ma c’è dell’altro. Portare il velo non significa necessariamente sottomissione. Come scrissi nel mio articolo, quando ho fatto un colloquio ad una signora come baby sitter per mio figlio, ho visto una professionista, un’eccellente tata, una persona qualificata. Il fatto che portasse il velo non mi ha fatto cambiare opinione su di lei, che continuo a ritenere una donna di talento, come molte, e non parte di un’umanità femminile in disperato bisogno di essere salvata da qualche legge ideologica che a ben guardare ha poco a cuore i bisogni delle donne.

A me interessa che le donne siano libere di scegliere come e dove vivere, e cosa indossare. E qui vengo alla seconda ragione per cui sono contraria al divieto del velo.

La libertà di scelta è un concetto molto complicato, perché la capacità di scegliere dipende dalle possibilità che una persona si trova di fronte, e dai percorsi della vita, non sempre arbitrari.

Proprio per questo è necessario investire sulla formazione, la scuola, l’accesso al futuro: perché sono quei luoghi in cui si investe sulla persona, sul suo sviluppo e la sua responsabilità.

Le ragazze col velo, rifiutate dallo Stato, verranno tenute a casa; perdendo la scuola, le passeggiate con le amiche, gli spazi comuni, perderanno le occasioni dove si costruisce l’integrazione, nelle quali si formano le relazioni. Donne vittime di un ragionamento cieco e paradossale, che col pretesto di liberarle le imprigiona lontano dai luoghi della libertà.

L’uguaglianza, tuttora una chimera persino nella nostra Europa, non si risolve in poche righe, ma è un percorso complesso, che si nutre di leggi, di programmi nazionali, di un ruolo forte dello Stato nel definire le priorità. Ma si alimenta anche delle battaglie condotte da tante nei propri spazi, insieme ad altre ed altri. È la spinta al cambiamento che viene dal basso, e che va incoraggiata. Ecco perché proibire il velo significa solo tarpare le ali a chi vuole uscire, diventando medico o avvocata, anche se coperta.

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