Come tutte le volte che leggo dell’esecuzione di una condanna a morte di Stato, sono rimasto attonito davanti alla notizia. Questa volta, se possibile, la questione era anche più mostruosa: lo Stato della Georgia (Usa) ha assassinato Troy Davis, cittadino afroamericano accusato di aver ucciso una guardia privata, Mark MacPhail, nel 1989. In realtà su come si siano svolti i fatti c’è più di un’incertezza, dal momento che sette testimoni su nove hanno, nel tempo, ritrattato, e Troy Davis si è sempre pronunciato innocente, fino al giorno della sua esecuzione.

Mentre riflettevo sulla miseria della Georgia e degli Usa, che difendono la pena di morte, mi domandavo: ma come mai in Italia la pena di morte non c’è? Voglio dire: abbiamo istituzionalizzato Berlusconi, la corruzione, l’omofobia, il maschilismo, l’intolleranza religiosa; la maggioranza degli italiani evade le tasse e ha zero senso civico, i giovani, i ricercatori e gli insegnanti sono odiati dalla Repubblica, se poco poco si capisce che non sei di origine italiana da generazioni, la gente ti guarda storto e comincia a lamentarsi della tua presenza nella loro città; anzi, se sei del Sud al Nord ti chiamano simpaticamente “terrone”, perché a noi il razzismo xenofobo non basta mica, ci piace molto di più quello intranazionale. Abbiamo insomma un Paese ricco di piaghe, eppure la pena di morte proprio non ce l’abbiamo, almeno non istituzionalizzata come negli Usa.

Ecco una riforma che l’attuale governo, appeso a sei voti di maggioranza, potrebbe voler approvare nel resto della sua legislatura: introduca la pena di morte, così, per arrivare alla perfezione e avercele proprio tutte, in Italia.

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