Quasi cinque milioni e mezzo di euro all’anno è quanto le università italiane chiedono agli studenti a titolo di equo compenso per le fotocopie che gli iscritti potrebbero – non è detto che ciò accada – trovarsi da fare nelle biblioteche dei nostri atenei.

La cifra astronomica si ottiene moltiplicando l’ultimo dato reso disponibile dal Ministero dell’Università relativo agli iscritti negli atenei italiani nell’anno accademico 2009-2010 per l’importo di 3 euro che, quest’anno, le università italiane stanno chiedendo all’atto dell’iscrizione per la c.d. “tassa SIAE” in esecuzione dell’accordo perfezionato – ma in fase di rinnovo secondo quanto si apprende dal sito della SIAE – tra la CRUI – la Conferenza dei Rettori delle Università italiane – e, appunto, la SIAE.

In effetti una recente ricerca dell’Osservatorio Prezzi dell’Associazione Codici rivela che l’importo richiesto dalle Università italiane a questo titolo per le iscrizioni all’anno accademico che sta per iniziare, curiosamente – giacché l’accordo è uno solo – varia da università a università e da città a città: 3 euro quello richiesto a Torino mentre solo – si fa per dire – 2,15 euro quello richiesto a Cagliari.

Quale che sia l’importo complessivo, in ogni caso, si tratta di un fiume di denaro che lascia le tasche degli studenti italiani per andare a rimpinguare quelle, certamente meno povere, della SIAE e delle altre associazioni che tutelano – o dovrebbero tutelare – i diritti e gli interessi di autori ed editori.

Il punto, tuttavia, è un altro.

È la legge che stabilisce – a torto o a ragione – che a fronte della possibilità riconosciuta a ciascuno di effettuare fotocopie di libri e riviste, disponibili nelle biblioteche nei limiti, peraltro, del 15%, si debba riconoscere ad autori ed editori un equo compenso la cui misura è stabilita sulla base di accordi tra la SIAE e le associazioni rappresentative. La SIAE e la CRUI, in esecuzione di tale previsione di legge hanno, appunto, raggiunto un accordo fissando – non è chiaro in che misura – l’importo dovuto per garantire che ogni studente possa effettuare le fotocopie che crede – poche in realtà considerato il limite del 15% – nella biblioteca della propria università.

Sin qui, tutto regolare o, almeno, a norma di legge.

Ciò che va meno bene è che l’importo – che a questo punto si fa fatica a chiamare equo compenso e che viene più naturale chiamare “tassa SIAE” come sembrerebbero fare alcuni atenei italiani – non viene richiesto a seguito dell’effettuazione, da parte dello studente, delle fotocopie – almeno una volta nel corso dell’anno – ma al momento della sua semplice iscrizione all’università con l’ovvia conseguenza che anche chi non frequenta – e ce ne sono sempre di più – la biblioteca dell’università si ritrova costretto a pagare un compenso – a questo punto niente affatto equo – per l’utilizzo di un libro che non ha mai neppure sfogliato. Dall’altra parte, ci sono autori ed editori – e, naturalmente, società di gestione dei diritti come l’intramontabile SIAE – che con l’alibi di raccogliere equi compensi, riscuotono in realtà esose tasse e balzelli.

Sorprende e dispiace constatare che l’Università italiana abbia aderito ad un simile accordo, evidentemente più preoccupata di mostrarsi ossequiosa ed obbediente alle richieste della SIAE e degli editori – ai quali garantisce già lauti profitti con l’irrisolta piaga dei libri di testo suggeriti o addirittura imposti a centinaia di migliaia di studenti ogni anno – che di tutelare e garantire davvero il diritto allo Studio dei propri studenti.

Tasse di questo tipo – non si può pretendere di chiamare compenso neppure iniquo una somma pretesa a fronte di un diritto mai esercitato – non solo non fanno bene alla cultura nel nostro Paese ma, al contrario, contribuiscono a frapporre distanze abissali ed incolmabili tra i giovani e le istituzioni accademiche e il mondo degli autori ed editori.

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