In un momento in cui la disoccupazione giovanile è alle stelle, la scelta della facoltà a cui iscriversi è fondamentale. Fra quelle italiane, sembra essere Medicina quella che garantisce un miglior tasso di occupazione: a tre anni dalla laurea, il 97 percento dei giovani ha un lavoro. Il motivo principale di così buone prospettive occupazionali è legato all’esistenza del numero chiuso: dal 1999, per iscriversi alla facoltà di medicina è necessario superare un test di ingresso.

L’introduzione del numero chiuso è stata una scelta giusta: negli anni Ottanta e Novanta eravamo pieni di medici disoccupati, oggi i posti a medicina vanno praticamente a ruba. Con tali prospettive, un posto in una classe di Medicina è diventato ambitissimo. Nel 2010 i posti disponibili nell’università statale italiana statale erano 7.500,  mentre i candidati aspiranti medici che hanno “provato” il test erano più di 50.000. Finalmente in Italia abbiamo un vero e proprio meccanismo di selezione in base al merito?

Non proprio. Come ha fatto notare Pietro Garibaldi gli aspiranti medici sono obbligati a scegliere prima del test in quale università sostenere l’esame di ammissione e dunque in quale università provare a iscriversi. Se un candidato non riesce a entrare nell’ateneo in cui ha sostenuto l’esame di ammissione, perderà il diritto a entrare in un altro, anche se magari il suo punteggio risultava tra i migliori settemila e quindi potenzialmente rientrava nel numero di posti disponibili. Questo meccanismo di selezione crea inevitabilmente delle distorsioni: come dimostra uno studio di Barbara Biasi e Tito Boeri, in questa maniera uno studente ammesso su cinque ottiene il posto immeritatamente. Uno spreco di capitale umano.

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