Sarebbe alto e biondo, non moro con baffi e barba pronunciati. La carnagione chiara e  non olivastra. Un fondamentalista cristiano e non un estremista islamico. Di estrema destra e senza la kefiah rossa palestinese. Non si chiamerebbe né Abu, né Arid, né Osama, ma Anders Behring Breivik. Non è afghano né arabo il responsabile della terribile strage di Oslo, ma norvegese.

Eppure è bastato che qualcuno ventilasse l’ipotesi, senza riscontro alcuno, di un attentato terroristico di Al Qaeda per indurre giornali e tv in ogni parte del mondo ad attribuire la responsabilità della strage ai nipotini di Bin Laden. Parte dei nostri quotidiani non sono stati da meno. Il Fatto ha riportato la notizia. Repubblica e gli altri quotidiani di centrosinistra hanno descritto l’episodio interrogandosi sulla matrice dell’attentato e suggerendo alcune possibili responsabilità. A destra un verdetto senza appello: “L’attacco odierno potrebbe anche essere frutto della rabbia covata nel mondo islamico dopo la pubblicazione delle vignette del Profeta Maometto” (Il Giornale). “Nell’anno 2006, un piccolo giornale norvegese ha rilanciato alcune vignette su Maometto ritenute oltraggiose dall’intera comunità musulmana. Oslo ha così attirato su di sé la reazione rabbiosa degli islamici”. (Il Tempo).

Ma il capolavoro lo fa Libero: “Con l’Islam il buonismo non paga. Norvegia sotto attacco: un massacro. Fine dell’illusione. Rischia anche l’Italia”. Non un’ipotesi formulata alla pari di altre, ma una tesi pressoché definitiva, preconfezionata, corredata da editoriali, approfondimenti, ricostruzioni storiche dei recenti attentati di matrice islamica. Il colpevole è individuato senza attendere la minima verifica, e sbattuto in prima pagina, contribuendo ad alimentare paura e terrore.

Il giorno dopo, quando la verità viene a galla, la tesi è ribaltata, come se nulla fosse, senza chiedere scusa ai lettori. Ma intanto il germe è nuovamente iniettato. Una riflessione sul rigore dell’informazione sarebbe auspicabile…

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