Quando si parla del Capo dello Stato bisogna andarci con i piedi di piombo. Per tre ragioni: per il rispetto istituzionale, perché Napolitano è l’unico (forse il solo) che ispira fiducia agli italiani, perché Berlusconi non riesce a scalfirne l’integrità costituzionale. Ma sui “naturali sviluppi” del nostro intervento militare in Libia, siano consentite alcune perplessità.

La prima è proprio di natura costituzionale: l’Italia ripudia la guerra ed entrare in un conflitto, schierandosi con uno dei contendenti, non somiglia proprio a una missione di pace, nemmeno scomodando tutta l’ipocrisia di cui siamo capaci.

La seconda è che non esistono “razzi di estrema, estrema precisione” perché non esistono bersagli di “estrema, estrema” certezza. I rapporti militari sono pieni di bersagli sbagliati e le note diplomatiche sono piene di scuse per aver falciato ospedali, scuole, convogli di civili, furgoni della croce rossa, persino parchi giochi per bambini.

La terza perplessità riguarda i pesi e le misure. Come mai siamo così orgogliosi di “difendere” gli insorti di questo nuovo risorgimento arabo se si tratta della Libia, mentre non muoviamo un dito (ma non alziamo neanche un sopracciglio) quando Assad fa sparare sulla popolazione inerme alla media di decine di morti al giorno?

La quarta non è una perplessità, ma un sospetto: la differenza la fa forse il petrolio? E se è così, quante vite valgono i pozzi della Cirenaica e i campi petroliferi della Sirte?

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