Con l’annuncio del sottosegretario Mantovano di voler estendere il Daspo alle manifestazioni politiche il Governo getta la maschera.

Cos’è il Daspo?

È un provvedimento da Stato di polizia, una misura di prevenzione per i fatti commessi in occasione di manifestazioni sportive. In pratica, si riconosce ai questori il potere di limitare per cinque anni la libertà personale di un cittadino anche sulla base di mere denunce o informative.

Molti non conoscono questa mostruosità incostituzionale, o se ne fregano perché “tanto riguarda quelle bestie là, gli ultras”.

Se fosse applicato alle manifestazioni politiche accadrebbe, ad esempio, che tutti i denunciati per i fatti del 14 dicembre (o durante qualsiasi altra manifestazione analoga), sarebbero stati interdetti per 5 anni dal partecipare a manifestazioni politiche e obbligati a firmare in Commissariato in occasione di ogni evento di piazza.

E questo con un provvedimento del questore, indipendentemente dall’accertamento delle loro responsabilità penali: il denunciato non è nemmeno detto che subisca un processo visto che già in sede di indagini preliminari il gip potrebbe archiviare; qualora fosse rinviato a giudizio, nel 50% dei casi verrà assolto.

Ma non solo: il Daspo può essere disposto anche “nei confronti di chi, sulla base di elementi oggettivi, risulta avere tenuto una condotta finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza o tale da porre in pericolo la sicurezza pubblica.”

Insomma, se da una foto in circostanze sospette gli investigatori credono di riconoscerti e ti ritengono pericoloso, eccoti daspato.

La storia ha già conosciuto questi metodi: accadeva spesso, anche sotto il fascismo, che in occasione delle visite in città di Re o gerarchi, gli oppositori e i sospetti venissero trattenuti nelle caserme a titolo “cautelativo”.

Mantovano afferma candidamente che il daspo sarebbe “uno strumento in più sul piano della prevenzione quando il processo si è risolto in una presa in giro”. Ciò equivale a dire che siccome il giudice ha ritenuto che la legge non consentisse di tenerti in galera in attesa del processo, allora ci pensa il Ministero dell’Interno a punirti.

C’è da scommettere che prima o poi Maroni proverà a estendere al mondo civile un’altra follia autoritaria che è riservata – per adesso – ai soli frequentatori degli stadi: il carcere preventivo anche quando l’ordinamento non lo consentirebbe. Vi ricordate il caso Gugliotta e degli altri che dopo la finale di Coppa Italia furono arrestati indistintamente? Erano in carcere solo perché i fatti erano connessi alla partita e se non fosse stato per il video del pestaggio ci sarebbero rimasti per mesi.

Stai a vedere che, nel frattempo, il buon ministro dell’Interno ci imporrà, dopo quella del tifoso, la “tessera del manifestante”. Ovviamente rilasciata previa autorizzazione delle questure. Salvo poi essere costretto, come nel calcio, a vietare del tutto le trasferte, pardon, le manifestazioni più calde.

Lo sostengo da anni: la legislazione speciale introdotta nel calcio dai Governi Berlusconi a partire dal 1994 a suon di decreti legge, altro non era che un laboratorio per sperimentare nuove forme di controllo sociale. Pronte per essere estese alla bisogna.

Se il Governo ha gettato la maschera (con il daspo politico ci provarono anche dopo la statuetta tirata a Berlusconi) non è però detto che sia il solo.

Infatti, la legislazione d’emergenza e l’aggravamento del Daspo sono stati confermati anche dal Governo Prodi nel 2007. Allora, solo i deputati della Rosa nel Pugno votarono contro alla conversione del decreto Amato, mentre TUTTI gli altri si astennero o votarono a favore.

Ricordo la capogruppo Anna Finocchiaro fare un discorso a difesa del decreto opposto a quello che appena due anni prima aveva svolto per motivare il voto contrario al decreto Pisanu.

Allo stesso modo rimango basito per la dichiarazione di ieri di Emanule Fiano, il responsabile sicurezza del Pd, che apre ad “una valutazione attenta” del daspo proposto da Mantovano.

Qui c’è poco da aprire, semmai c’è da chiudere la porta a derive autoritarie ed impegnarsi per far rientrare nell’alveo costituzionale quelle normative poliziesche che, ahinoi, già esistono.

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