Nella giornata di Wikileaks, altri due file non proprio riservati hanno agitato le acque della politica italiana causando effetti forse anche più dirompenti dei “segreti” americani sul nostro Paese. Agli appassionati non sarà certamente sfuggita l’uscita in contemporanea di Nicola Latorre e Massimo D’Alema, fino a ieri teoricamente inseparabili e perfettamente coincidenti nella linea politica.

Il tempismo e la totale divaricazione generata dalle loro interviste fa pensare, però, a una nuova stagione nei rapporti personali tra i due e, certamente, prepara nuove tribolazioni interne al Partito democratico.

Le loro opinioni su quale debba essere la strategia politica del Pd in vista delle prossime (imminenti?) elezioni sono, infatti, opposte.

Nicola Latorre ritiene che sia necessario “rifondare il Pd con un nuovo socio, Nichi Vendola”.

Massimo D’Alema, invece, afferma che “in caso di elezioni politiche (e se non ci sarà governo di transizione) il Pd andrà all’accordo elettorale con l’Udc e Futuro e libertà”.

Le posizioni sono così inconciliabili da apparire mutualmente esclusive. E non è un caso che il dibattito politico interno al Pd si sia concentrato sul “voto” a favore di una o dell’altra posizione, senza particolari elementi di mediazione possibili né suggeriti da alcuno. Nell’assordante silenzio di Pier Luigi Bersani sull’argomento, si sono avvicendati i teorici dello sfondamento al centro (destra) e i sostenitori della necessità delle primarie come metodo di coinvolgimento dei cittadini e, dunque fatalmente orientati a esaltare la rivendicazione delle ragioni del “popolo della sinistra”.

L’unico elemento che tiene insieme queste due uscite è il sostanziale “no, grazie” degli attori politici a cui è stata offerta l’apertura del partito. Fa specie assistere alla riproduzione quasi speculare delle reazioni. Vendola dice di essere pronto a fare il socio fondatore del centrosinistra (e dunque, niente Pd), Urso e Della Vedova si dicono impegnati nel fondare un nuovo centrodestra. Tutti i presunti alleati vogliono costruire politica, ma mettersi al lavoro nel Partito democratico o nei suoi pressi è l’ultimo dei loro pensieri.

Non dico nulla di nuovo esprimendo smarrimento nell’assistere all’incapacità di una forza politica di avere un’idea propria, originale, che attragga forze e che non le ricerchi all’esterno di sé. Questo è ancor più incredibile se pensiamo che il Partito democratico rappresenta, ancora oggi, almeno un italiano su quattro e che 30 mesi fa si parlava del fallimento di Veltroni che però ne aveva convinti uno su tre, in una campagna elettorale in cui si insisteva sulla necessità che il Pd ne rappresentasse almeno uno su due (la cosiddetta vocazione maggioritaria).

Ma ciò che, a mio avviso, non è ancora emerso con forza dall’inattesa piroetta doppia Latorre-D’Alema è che, comunque vada, sarà il Pd a rimetterci perché questa discussione appare senza un punto di contatto possibile, senza ritorno.

Se vincerà la linea delle primarie e dell’accordo con Sel e Idv, si ripeterà l’effetto Milano, non tanto nel risultato che è ancora abbastanza imprevedibile (anche se secondo alcuni, in caso di primarie il Pd vincerebbe solo se Bersani stravincesse, un’ipotesi attualmente remota), quanto nell’atteggiamento con cui il partito e forse anche gli elettori vivrebbero la sfida: non come un momento di costruzione, comunque vadano le cose ma come un referendum sulla leadership del Pd, con automatiche dimissioni in massa in casa di sconfitta. O, addirittura, con una diaspora verso il centro di tutta quella componente del partito che già oggi vive con sofferenza la possibilità di accordi con la sinistra, prima ancora che le primarie siano celebrate.

Se invece vincerà la linea “di responsabilità nazionale”, con un grosso assemblato di centro e senza primarie, il Pd rischia di perdere gli elettori, più che i dirigenti. Sarà difficile dimostrare alla base del partito che queste scelte sono state adottate nell’interesse loro e del Paese (anche perché non discusse con la base, mai) e che non sono figlie del terrore da confronto con Vendola.

Nel giorno che qualcuno ricorderà come “l’11 settembre della diplomazia mondiale” e in un momento storico in cui gli elettori del partito appaiono visibilmente stanchi, anche se ancora legati alla bellissima intuizione che ha originato il Pd, ossia all’idea di una forza post-ideologica, che sia di sinistra senza essere radicale, che sia cattolica e laica allo stesso tempo senza che questo ne diventi un connotato identitario, che non ragioni seguendo ricette figlie di dottrine del secolo scorso ma che offra nuovi terreni di sintesi, non è da escludere che siano stati proprio le Torri Gemelle Latorre e D’Alema, piuttosto inconsapevolmente, ad affondare insieme al partito da loro fondato.

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