Il diritto all’acqua è stato definito nel luglio 2010 dalle Nazioni unite un «diritto umano», mentre in Italia quasi un milione e mezzo di italiani, in poche settimane, hanno firmato per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Intanto, la Pacha mama, la Madre Terra [ma anche il «buen vivir»], sta entrando nelle costituzioni latinoamericane, così come la biodiversità è entrata da tempo nei trattati internazionali. Insomma, la società dei beni comuni sembra proprio essere una delle vie d’uscita dalla crisi di senso globale più importante.

Ma cosa sono i beni comuni? Qual è la lora importanza? Come gestirli? Il libro «La società dei beni comuni», curato da Paolo Cacciari e edito da Carta – in edicola soltanto a 10 eruo fino al 13 novembre a Roma, Milano, Firenze, Torino, Bologna, Parma, Reggio Emilia e Bari, e acquistabile anche su bottega.carta.org -, raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari (storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste…) si sono confrontati con il tema dei «commons», i beni comuni. In tutto il mondo, spiegano gli autori, il governo dell’impresa assunto come modello da seguire dello stato e delle comunità locali ha tolto spazio e funzioni ai beni comuni pubblici. Eppure, aria, acqua, terra, energia e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende. La loro fruizione richiede quindi attenzioni particolari. La logica del mercato qui trova i più clamorosi fallimenti.

Le alternative per la loro tutela e gestione? Ad esempio, il principio di gratuità dei beni comuni che non significa assenza di costi («nessuno paga»), ma che i costi sono presi in carico dalla collettività. La grande conquista sociale rappresentata dall’introduzione nei paesi europei della fiscalità generale redistributiva e progressiva, spiega Riccardo Petrella, «sta proprio nel principio della gratuità dell’accesso e dell’uso dei beni essenziali e insostituibili per la vita grazie alla copertura comune dei loro costi secondo di principi di giustizia, solidarietà e responsabilità». Ma il principio di gratuità resta strettamente legato a quelli di responsabilità e di partecipazione dei cittadini.

La logica del marcato applicata ai beni comuni pubblici, infatti, è semplicemente un furto. È tempo, quindi, di abbandonare la monetizzazione dei beni comuni pubblici e di reinventare sistemi basati sul principio di gratuità partendo da forme organizzate a livello locale, alcune già sperimentate (da qui l’importanza dell’economia di prossimità, dei circuiti corti) fino al livello mondiale (attraverso forme di transnazionalità e di transterritorialità che da immaginare e definire).

Di certo, sui beni comuni si scontrano due logiche inconciliabili: la condivisione e il mercato.

Eppure il riconoscimento del Nobel all’economista Elinor Ostrom dimostra che il pensiero unico neoliberista sta incrinandosi anche dentro l’accademia. Ma nella sfera politica, specie in quella italiana, non vi è ancora traccia di ravvedimento: la saga delle privatizzazioni procede, ma cresce anche l’opposizione da parte di numerosi gruppi di cittadinanza attiva, di comitati, di associazioni e reti in nome di una società più consapevole nei riguardi della natura e più responsabile nei confronti di tutta la comunità umana.

Il libro curato da Paolo Cacciari, animatore di un gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@sinistra, raccoglie i contributi di Bruno Amoroso, Massimo Angelini, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Nadia Carestiato, Giuseppe De Marzo, Pippo Jedi, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso, Gianni Tamino, il Laboratorio Verlan.

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