L'identikit dell'aggressore prodotto dalla Questura di Milano

Se un uomo della sua scorta a fine turno non fosse sceso per le scale ma avesse preso l’ascensore, probabilmente Maurizio Belpietro, direttore di Libero, sarebbe diventato la vittima di un attentato.

Ieri sera, intorno alle 23, il giornalista è rientrato nella sua casa in un condominio del centro di Milano in via Monti di Pietà, dopo una giornata a Roma. Sul pianerottolo di casa ha salutato la sua scorta, che lo accompagnano da otto anni. A quel punto, il capo degli agenti ha scelto di scendere a piedi: “Ci siamo salutati ma lui poi mi ha spiegato che invece di prendere l’ascensore ha preferito scendere le scale per fumarsi una sigaretta – ha raccontato il giornalista all’Ansa. Sulla rampa tra il quinto e il quarto piano si è imbattuto in questa persona. L’uomo – vestito con una pettorina della Guardia di Finanza – ha puntato la sua pistola contro l’agente, ma si è inceppata e così il capo della scorta è riuscito a sparare due colpi di avvertimento e un altro successivo, mettendolo in fuga.

L’attentatore è riuscito a fuggire anche perché il condominio ha diverse uscite. Non sono state trovate tracce di sangue sul luogo. Sulla vicenda indaga la Digos e la squadra mobile. Nel tardo pomeriggio la questura di Milano ha realizzato l’identikit del presunto aggressore del caposcorta di Maurizio Belpietro sulla base della testimonianza dello stesso poliziotto. L’immagine raffigura un uomo di corporatura massiccia, circa 1,80, occhi scuri, pupille dilatate, naso grosso e di probabile cittadinanza italiana.

“Sulle prime ho pensato a dei libri che cadevano da una mensola, poi ho capito che erano spari – ha detto Belpietro – Certo che se avessero bussato alla mia porta, poco dopo che mi avevano accompagnato, avrei aperto e non so come sarebbe andata a finire”.

“Minacce? Certo mi arrivano. Qualche tempo fa al giornale una persona cercò di introdursi nella redazione”. L’episodio risale al 30 gennaio scorso, quando un uomo entro nella sede di Libero e disse di voler pestare a sangue il direttore. “E quello di gennaio non era un pazzo, tanto che non gli hanno fatto il trattamento sanitario obbligatorio”, ha detto stamane a Mattino 5, aggiungendo che “prevale il senso di ingiustizia”: “perché in questo paese non è possibile sostenere delle opinioni senza pagare con paura e minacce?”.

In trasmissione ha anche detto di essere uno dei pochi direttori sotto scorta, insieme ai colleghi Vittorio Feltri ed Emilio Fede: “siamo tutti dell’area moderata e non sono casi: sostenere idee contro la vulgata corrente si paga anche da questo punto di vista, con la limitazione della libertà”. Per Belpietro, quanto successo ieri dipende anche dal clima politico avvelenato: “il clima conta: basta navigare su certi siti per trovare non polemiche, ma minacce di morte come ‘mi piacerebbe ammazzare lui e la sua scorta’. Tutto questo mi mette inquietudine, non capisco quale reato ho commesso per meritare addirittura una condanna a morte”.

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