Il 18 giugno 2010, quando l’estate più calda della Repubblica non era ancora cominciata, almeno secondo il calendario, L’Espresso pubblicava un’intervista a Licio Gelli, il Venerabile della Loggia P2.

L’intervista, firmata da Gianfrancesco Turano, passa quasi in sordina. In essa si legge, fra l’altro, questo virgolettato: “Gli uomini al governo si sono abbeverati al mio Piano di Rinascita, ma l’hanno preso a pezzetti. Io l’ho concepito perché ci fosse un solo responsabile, dalle forze armate fino a quell’inutile Csm. Invece oggi vedo un’applicazione deformata.

Come a dire, sì, l’hanno letto, il Piano di Rinascita, ma l’hanno applicato male.

E ancora, Gelli tratteggia un quadro del Paese con parole che ci si aspetterebbe di sentir pronunciare da altri: “Io sono per il buon senso. Sono per il benessere al popolo che oggi patisce, non arriva al 20 del mese. Qui siamo oltre i margini della rivolta. Siamo alla Bastiglia.”

Da allora è passato esattamente un mese. La presa della Bastiglia all’italiana non c’è stata, lo spettro della legge-bavaglio avanza e intanto l’emergenza-caldo è onnipresente sui telegiornali; d’un tratto, come se quello di Gelli fosse stato un vaticinio, si comincia a parlare di una nuova Loggia, di una P3. Almeno, in relazione a una delle tante inchieste in corso: quella che approda in Sardegna, a proposito dell’eolico, e in Campania.

Ma il sistema, la P3, l’insieme delle cricche, a seconda dei termini che si prediligono, be’, tutte queste assumono un senso soltanto se li si guarda dall’alto e se si cerca di mettere insieme i pezzi, se non li si vede come elementi scoordinati fra loro ma si prova a analizzarli come un’unica, enorme melma che si estende ovunque ci siano spiragli perché questo stato gelatinoso si infiltri nei meccanismi di controllo del potere.

Allora si capirà bene che la P3, o meglio, l’enorme cricca che estende i suoi tentacoli su tutto il Paese, è un qualcosa di molto pericoloso per il normale vivere democratico.

In altre parole, un’emergenza.

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