Il Sistema sanitario nazionale pubblico, solidale ed universale, è il più bel dono che abbiamo ricevuto dai nostri Padri costituenti.

Essi riunirono insieme, nell’utopia di un sogno, la solidarietà sociale proposta dal “modello Beveridge” inglese, caratterizzato ancora oggi dal principio di responsabilità individuale nella tutela della salute, tipicamente calvinista (per cui non sottraggono risorse economiche a tutto il sistema se devi sottoporti ad una terapia costosa per trattare i danni sanitari conseguenti al tuo alcoolismo, vizio individuale) e la solidarietà universale propria invece della cultura cattolica e comunista italiana.

Siamo stati da sempre coscienti che era una meravigliosa utopia, ma questo sogno tutto italiano ha generato comunque uno tra i sistemi sanitari più efficienti al mondo in termini di salute pubblica in base al rapporto costo/beneficio, se paragonato a tutti gli altri sistemi sanitari al mondo.

Negli Usa, ad esempio, si spende sino al 20% del Pil (rispetto al misero 6,5% italiano) per la sanità più tecnologica e di eccellenza al mondo, ma comunque ben oltre il 40% dell’intera popolazione Usa, nonostante la riforma sanitaria e l’incremento delle coperture assicurative volute da Obama, non riceve, gratuitamente o con costi minimi, alcuna assistenza sanitaria degna di tal nome.

Mentre negli Usa il dibattito è aperto – sia sul piano tecnico che politico – sul tentativo di avvicinare il loro sistema sanitario al nostro, cercando di limitare i danni sia delle assicurazioni che delle case farmaceutiche private, in Italia stiamo facendo di tutto, e ormai siamo arrivati alla fase finale, per sacrificare il Ssn pubblico, solidale e universale, sull’altare degli interessi lobbistici privati. Di questo processo di autodistruzione, la classe medica italiana si sta facendo promotrice e non baluardo insormontabile.

Nel Giuramento di Ippocrate originale, noi medici ci impegniamo a rispettare sia Esculapio che le sue figlie Igea (la Dea della Prevenzione Primaria da cui la Disciplina Igiene) e Panacea ( la Dea della Cura). Il mito narra che Zeus punì con un fulmine Esculapio e Panacea quando oltrepassarono i limiti a loro imposti dal nostro essere mortali, cercando di far resuscitare i morti dall’Ade. Non è concesso a noi mortali diventare immortali. 

Studi recenti hanno dimostrato che il nostro limite biologico di vita è settato, quasi esattamente, a 115-120 anni di vita, oltre i quali non ci è concesso andare. Un mondo di vecchi, che non vogliono mollare né soldi, né potere, né poltrone, come la gerontocrazia italiana sta dimostrando, è un mondo senza futuro e con un pessimo presente per tutti.

La medicina, quella vera, e tutto il suo impegno di studio e di lavoro, dovrebbe quindi essere indirizzata non a renderci immortali, ma a raggiungere, nella migliore qualità di vita possibile, quel limite di 115-120 anni che meglio si comprenderebbe se espresso in ore, anziché in anni. Il nostro limite di vita è settato, infatti, in maniera pressoché perfetta, a circa un milione di ore di vita. La biologia in questi anni ci ha insegnato che la replicazione cellulare, che caratterizza il nostro essere multicellulare complesso, si misura in ore e non in giorni od anni, dal momento che moltissime cellule del nostro organismo, “micriobiota” incluso (cioè i molti miliardi di batteri che colonizzano il nostro intestino), replicano e/muoiono in ore e non in giorni.

La Campania, per un disastro urbanistico, gestionale e quindi ambientale unico in Italia, ancora non avviato realmente a soluzione né a contenimento, anche, ma certo non solo, per cattivi stili di vita individuali, ha visto perdere nei soli ultimi trenta anni fino a 4 anni di aspettativa di vita media alla propria popolazione, su base regionale. Questo dato, gravissimo, sarebbe forse compreso meglio nella sua eccezionale gravità, se, tradotto in ore e non anni persi: 4 anni = 35mila ore x 6 milioni cittadini = 210 miliardi di ore.

Siamo ancora tra i più longevi al mondo, ma, specie a partire dal 2000 in poi, stiamo perdendo progressivamente qualità ed anni di vita, con un’eccezionale e non prevista velocità di crescita in incidenza di tutte le malattie cronico – degenerative, a sempre più chiara co-patogenesi ambientale. E’ impossibile per una sanità pubblica reggere il peso economico conseguente alle cure e all’assistenza necessarie.

Prevenzione primaria intesa come tutela del lavoro, dell’ambiente e dalle droghe non sono argomenti lontani e separati come ben scrive nella “Laudato Si” Papa Francesco: è la necessaria Ecologia dell’Uomo e della Economia malata che non vogliamo affrontare come priorità assoluta.