Un nuovo scandalo di pedofilia nel servizio diplomatico pontificio. “Il 21 agosto scorso – afferma un comunicato della Sala Stampa vaticana – il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha notificato, per via diplomatica, la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. La Santa Sede, secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense, – prosegue la nota – la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano. Il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso. Si ricorda che, come è previsto dalle leggi vigenti per tutte le istruttorie preliminari, le indagini del Promotore di Giustizia sono protette dal necessario riserbo istruttorio”.

Il sacerdote indagato, secondo quanto riferiscono fonti vaticane a ilfattoquotidiano.it, sarebbe monsignor Carlo Alberto Capella, consigliere di nunziatura, 50 anni, nato a Milano ma con origini emiliane, ordinato prete per l’arcidiocesi ambrosiana. Una tegola pesantissima per il nunzio a Washington, monsignor Christophe Pierre, che guida la rappresentanza pontificia negli Usa dall’aprile 2016. Il presule, infatti, è arrivato negli Stati Uniti mentre era in corso la rovente campagna elettorale per le elezioni presidenziali e la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton. Pierre ha ereditato il timone della nunziatura dalle mani di monsignor Carlo Maria Viganò, definito il “moralizzatore del Vaticano” per la sua lotta agli enormi sprechi economici messa in atto con determinazione nei due anni in cui ha ricoperto il ruolo di segretario generale del Governatorato dello Stato più piccolo del mondo. Un’opera che, come hanno rivelato i documenti pubblicati durante lo scandalo Vatileaks 1, si è scontrata con l’allora Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e ha costretto Benedetto XVI a spedire Viganò in punizione negli Usa.

Dalla Casa Bianca trapela grande soddisfazione per la celerità con cui nei sacri palazzi è stata subito presa sul serio la segnalazione che era stata fatta dal Dipartimento di Stato americano. Gli Usa avrebbero voluto, però, processare direttamente il sacerdote accusato. La Santa Sede, invece, ha preferito non togliere l’immunità diplomatica al prelato e indagarlo in Vaticano seguendo la nuova legge per i reati di pedopornografia approvata da Francesco nel 2013. Per il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, “questa è una questione seria. Speriamo che la Santa Sede sarà disponibile a fornire più dettagli. Non conosciamo tutti i fatti, ma coerentemente con la nostra Carta (Charter for the protection of children and young people del 2002, ndr) ribadiamo che quando emergono simili accuse deve essere avviata un’indagine immediata, approfondita e trasparente in collaborazione con le forze dell’ordine e devono essere prese misure immediate per proteggere i bambini. La protezione dei bambini e dei giovani è la nostra responsabilità più sacra”.

Quello avvenuto a Washington non è il primo caso di pedofilia all’interno della diplomazia vaticana sotto il pontificato di Francesco. Nel 2015, infatti, era finito alla sbarra l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana, l’arcivescovo polacco Jozef Wesoloski, morto mentre era in corso il processo penale vaticano nel quale era accusato di pedofilia e pedopornografia. Ma il presule, che era stato ordinato prima sacerdote e poi vescovo da Giovanni Paolo II, era già stato ridotto allo stato laicale sia in primo che in secondo grado nel processo canonico svolto dalla Congregazione per la dottrina della fede. Nel 2014, invece, Bergoglio aveva rimandato nella sua diocesi di origine, Taranto, l’allora numero due della nunziatura apostolica in Italia, monsignor Luca Lorusso, che aveva difeso l’ex prete romano Patrizio Poggi condannato in secondo grado dalla magistratura italiana per pedofilia.

Twitter: @FrancescoGrana