“La sporcizia del fiume, è stata quella a fare da tappo. Sono state tagliate le canne dalla riva del fiume ma poi sono state lasciate lì”. A parlare al Fatto.tv è Andrea Costa, testimone dell’alluvione di Livorno: madre e sorella abitano lungo il rio Ardenza, a Collinaia, una delle zone devastate all’alba di domenica. E’ qui che abitavano due dispersi, Martina Bachini, 34 anni, e Gianfranco Tampucci, 67 anni. E’ qui che viveva una delle vittime, Roberto Vestuti, 74 anni. Da qui il marito di Martina, Filippo, è stato trascinato dalla furia dell’acqua finché non si è aggrappato a un tronco ai Tre Ponti, cioè alla foce dell’Ardenza. 

Insieme al sistema di gestione dei canali d’acqua e all’allerta, la pulizia degli argini è diventato uno dei temi su cui si concentra l’attenzione per capire cosa non è stato fatto per evitare gli effetti distruttivi della piena del ruscello diventato fiume. Non è l’unico a dire di aver visto erba alta e vegetazione rigogliosa sui lati del canale che sbocca ai Tre Ponti. Lo conferma per esempio Cristina Olivieri che ricorda che nella zona di via Popogna, la strada principale che corre lungo l’Ardenza erano stati eseguiti diversi lavori di riqualificazione sugli argini all’inizio degli anni Novanta. Ma di recente, spiega, ha notato un po’ di “trascuratezza”, soprattutto alla luce del lungo periodo di siccità dell’estate. Per prassi la pulizia dei canali d’acqua da parte del consorzio di bonifica Toscana Costa viene fatta con cadenza bistagionale, nel senso che viene effettuata a ogni cambio di stagione. 

Ora resta la parte più complicata. Ripulire, ricostruire. Ma l’inizio non è facile, in diverse zone della città si sentono abbandonati, l’aiuto spesso è nel volontariato di amici e parenti: “Nessuno è venuto – dice Andrea – l’acqua in taverna si sta levando a secchi. Se non c’erano i miei colleghi e i ragazzi dello stadio saremmo stati soli”.