“Non abbiamo mai avuto accordi con i criminali”, “salviamo le vite e non possiamo mettere a repentaglio la sicurezza dei nostri operatori e dei migranti”. Parte da qui la difesa di Jugend Rettet, l’Organizzazione Non Governativa che, secondo la procura di Trapani, avrebbe avuto contatti con i trafficanti libici e che si trova al centro della bufera mediatica. Non è certo facile difendersi dagli attacchi e, soprattutto, smentire le foto che sembrano mostrare l’evidenza di fatti che la procura contesta all’organizzazione umanitaria tedesca e che, nei giorni scorsi, hanno portato al sequestro preventivo del vascello adibito al salvataggio dei migranti nel tratto di mare che divide la Sicilia dalle coste libiche.

Partiamo dai fatti. La procura contesta che, almeno in due occasioni, l’equipaggio della Iuventa, la barca di Jugend Rettet, si sarebbe trovato a contatto con dei presunti trafficanti e non avrebbe seguito il codice che impone la distruzione dei gommoni dopo il trasbordo dei migranti, ma piuttosto avrebbe permesso ai favoreggiatori di smontare i motori e di riprenderseli, mentre in un altro caso alcuni operatori avrebbero legato tre barche, riportanti la dicitura “KK”, riconsegnandole a individui sospettati di essere scafisti. Le stesse sarebbero state riutilizzate in un altro evento pochi giorni dopo.

I nostri volontari pensano innanzitutto alla sicurezza degli individui sui barconi e della crew

Le accuse sono pesanti e la difesa dell’organizzazione è basata più sul buonsenso che sul ferreo rispetto delle regole. “I nostri volontari pensano innanzitutto alla sicurezza degli individui sui barconi e della crew”, spiega il portavoce dell’organizzazione Julian Pahlke a IlFattoQuotidiano.it, “provando a distruggere le imbarcazioni rischiamo di mettere a repentaglio la vita dei nostri operatori. In quelle situazioni in mare non è facile scegliere e le decisioni vanno prese velocemente”.

In particolare, secondo il portavoce di Jugend Rettet, ad ottobre il vascello venne attaccato dai trafficanti e “quindi non è semplice rispettare sempre ciò che richiede la legge rimuovendo il motore o rendendo inutilizzabili le barche. Si rischia la vita. Operiamo sempre nel rispetto delle regole dell’IMRCC, il coordinamento internazionale dei soccorsi, e quello spiacevole cartello che è stato mostrato (F**K IMRCC, ndr), non rappresenta assolutamente l’opinione del nostro equipaggio ma solo di qualche membro e ci teniamo a scusarci per questo”.

Ma non si tratta solo di contatti con presunti trafficanti libici, l’inchiesta tocca anche un evento nel quale 140 migranti sarebbero stati salvati da una situazione non giudicata di “pericolo”. “Non è facile giudicare cosa significhi pericolo, noi giudichiamo sulla base della sicurezza dei migranti, il mare non è mai sicuro”, dichiara Pahlke. Sempre nel merito delle decisioni difficili da prendere rientra anche quella di riconoscere i trafficanti e capire velocemente il loro ruolo.

In particolare, da un’intercettazione ambientale, una ragazza di nome Katrin avrebbe affermato di non voler fornire immagini alla polizia giudiziaria per evitare il riconoscimento delle persone che svolgono le operazioni di SAR, Search And Rescue. Ufficialmente la motivazione è quella della paura di mettere in pericolo persone che non sarebbero in grado di difendersi e che potrebbero finire nei database della polizia come sospetti trafficanti.

Provando a distruggere le imbarcazioni rischiamo di mettere a repentaglio la vita dei nostri operatori

Qui, Pahlke offre una versione completamente diversa, affermando che la traduzione del video sia sbagliata e che “la conversazione tra Katrin e un altro operatore sono in tedesco e riportano dei sottotitoli errati, lei dice che non possiamo mettere foto di queste persone, sta parlando della stampa e non delle indagini”.

Quello che emerge, in sostanza, è la difficoltà delle operazioni di salvataggio marittimo e soprattutto la prontezza nel riconoscere chi si ha davanti, che si tratti di trafficanti, di favoreggiatori, come sostiene la procura di Trapani, o di altre persone in cerca di salvezza. E, almeno in questo caso, sembrerebbero confermate le tesi del pm, ossia che l’interventismo dell’associazione sarebbe dovuto ad un protagonismo spinto da “motivazioni umanitarie”.

Nel discorso rientra anche il ruolo della Guardia costiera libica. Ci si chiederà quale, in quanto al momento non è chiaro quale tra le tante sia alleata dell’Unione Europea e quale, invece, non sia riconosciuta. Anche qui l’esperienza di Jugend Rettet non è stata piacevole. Ad ottobre, membri della Guardia costiera Libica salirono a bordo della Iuventa armati, racconta Pahlke, interrompendo le operazioni di salvataggio e minacciando gli occupanti del natante, stessa sorte capitò al vascello SeeFuchs dell’associazione SeaWatch.

Suona strano che tutto ciò accada proprio quando ci siamo rifiutati di firmare il codice di condotta proposto dal ministero

Intanto, il fragore mediatico intorno a Pahlke e agli studenti che collaborano con l’associazione è aumentato, grazie anche alla foto della Iuventa con la bandiera libica. Anche questa una montatura secondo Pahlke, in quanto, quella di issare la bandiera del paese ospitante, sarebbe una prassi marittima, “quando siamo in acque di un altro paese issiamo sempre una bandiera diversa”.

Infine, sebbene l’associazione non sia convinta di un accanimento da parte delle autorità italiane, “suona strano che tutto ciò accada proprio quando ci siamo rifiutati di firmare il codice di condotta proposto dal ministero dell’Interno”. Codice di condotta che, secondo Pahlke, sarebbe inammissibile per “il fatto di ammettere la polizia giudiziaria a bordo e di non poter effettuare trasbordi” anche se l’associazione sarebbe disposta a “continuare a trattare con le autorità italiane per arrivare a trovare dei punti di accordo”.

E infine i rapporti con Save The Children, ovvero l’associazione da cui provengono le prime dichiarazioni contro Jugend Rettet, non sembrano essere cambiati, “abbiamo sempre avuto un’ottima cooperazione, non crediamo che abbiano qualcosa contro di noi, si è parlato di soldi e del nostro protagonismo, i nostri conti sono chiari, è tutto online, basta fare una ricerca, non abbiamo bisogno di metterci in mostra”.