A Calais, la “Giungla” non esiste più, ma di migranti ce ne sono eccome. Le associazioni umanitarie parlano di circa 700 disperati che dormono dove possono, braccati dalla polizia che ha precisi ordini di non permettere più la formazione di accampamenti di fortuna. Di giungle a Calais non ce ne possono più essere, tant’è che le autorità stanno lavorando alla realizzazione di un’area naturale dove, fino allo scorso ottobre, vivevano circa settemila migranti che ogni notte tentavano di oltrepassare la Manica. Oggi le cifre sono inferiori, ma il flusso di disperati è dato in aumento – senza considerare che a La Chapelle, periferia nel nord di Parigi, sono stati sgomberati oltre 2.700 migranti, molti dei quali arrivati da Calais.

Tra i migranti che sono rimasti, o tornati, a Calais ce ne sono di giovanissimi. Alcuni ragazzini eritrei di 13 anni mi raccontano del loro lungo viaggio attraverso il deserto africano verso la Libia, dove hanno fatto tre o quattro mesi di carcere. Nelle prigioni libiche succede di tutto, mi raccontano di privazioni di ogni tipo, violenze fisiche quotidiane e abusi sessuali nei confronti di ragazzine e ragazzine da parte delle guardie. Da quell’incubo non si esce facilmente, quasi sempre pagando una cifra di denaro racimolata in qualche modo. Poi il viaggio sui barconi verso l’Italia e il lungo calvario fino al Nord della Francia, verso quel sogno, forse un po’ mitizzato, chiamato Regno Unito.

Tra tutte queste storie, mi colpisce quella di Eva (nome fittizio), una ragazza etiope di “quasi 17 anni”, come dice lei. Eva è una delle pochissime ragazze che, in tanti viaggi a Calais, decide di parlare con me. Le donne, nelle tende della Giungla, fuggivano i giornalisti e le telecamere. Spesso erano custodite gelosamente dai loro compagni, fratelli o padri e a volte da questi sfruttate, visto che ai tempi della Giungla, si poteva ricevere del sesso orale nelle ore notturne per 5 euro.

Eva mi racconta la sua storia senza inibizioni, con un sorriso sulle labbra ricordo di tempi lontani, di quando nel suo Paese, l’Etiopia, viveva una vita povera ma normale. Il suo inglese è ottimo grazie ai film che guardava a casa, prima che l’ennesima escalation di violenze interne al Paese e frutto di tensioni mai risolte al suo interno e con la vicina Eritrea, non l’hanno costretta ad una fuga rocambolesca. Del padre militare non ha nessuna notizia, non sa nemmeno se sia ancora vivo.

Contrariamente a tanti altri suoi coetanei, il suo passaggio dalla Libia è stato piuttosto indolore. Anche lei attraversa il Mediterraneo con un barcone e approda in Sicilia. Da lì arriva a Roma in treno e nella capitale resta due mesi, dormendo per la strada. “In Italia non è facile per noi, i migranti sono davvero tanti“, confessa. Da lì la decisione di partire per il Nord Europa, la terra promessa per migliaia di africani, e non solo.

Non è giusto che l’Italia sia lasciata da sola a gestire quest’emergenza – mi dice – gli altri Paesi europei dovrebbero dimostrare più solidarietà, in fondo anche gli europei, in passato, sono stati profughi”. Le sue parole mi spiazzano. Lei, migrante senza niente, solidarizza con il popolo italiano. Non so cosa risponderle.

A Calais si trova da qualche mese, dorme nella vicina foresta, ma in uno stato di dormiveglia costante perché se la polizia la trova sono dolori, nel vero senso della parola. Niente letto, niente tenda, niente bagno. Niente. Penso alle sue coetanee europee e le chiedo come fa una ragazza di 17 anni senza doccia, senza toilette. Mi guarda negli occhi e sorride. Oggi, gli unici aiuti li riceve dai giovani volontari di associazioni come l’Auberge des migrants che ogni giorno dispensano pasti caldi, acqua e qualche coperta, che ogni notte la polizia – per ordini superiori – sequestra.

Adesso il suo sogno, come quello di tutti a Calais, è raggiungere l’Inghilterra: “Avere finalmente una vita tranquilla, poter studiare, trovare un lavoro”, mi dice. Le faccio i miei migliori auguri. Mi sorride per l’ennesima volta, e prima di lasciarmi mi dice: “Sai, vorrei fare la giornalista anch’io un giorno, raccontare i fatti, denunciare le ingiustizie”. Sì, in effetti nel mondo di ingiustizie ce ne sono tante.

@AlessioPisano

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