Si chiude con una sentenza di condanna il primo capitolo giudiziario dell’inchiesta che fu chiamata “The Family” dal nome di una cartella che fu sequestrata in una armadio custodito in un ufficio della Camera a Roma a Francesco Belsito, tesoriere della Lega, che conteneva le spese della famiglia Bossi. Il giudice della VIII sezione penale del Tribunale di Milano Maria Luisa Balzarotti ha inflitto due anni e tre mesi a Umberto Bossi, un anno e sei mesi al secondogenito Renzo e 2 anni e 6 mesi all’ex tesoriere accogliendo tutte le richieste del pm Paolo Filippini. Erano tutti imputati di appropriazione indebita per aver usato, secondo l’accusa, fondi del Carroccio per fini personali. Il magistrato aveva argomentato che per Bossi “sostenere i costi della sua famiglia” con il patrimonio della Lega era “un modo di agire consolidato e già concordato dal Segretario federale” con il tesoriere da lui scelto “come persona di fiducia”, e cioè prima con Maurizio Balocchi e poi con Belsito. Il pm aveva anche chiesto per Bossi 700 euro di multa, per il figlio del Senatur 500 euro e per Belsito una sanzione da 800 euro. Per Matteo Salvini – che aveva deciso di ritirare dal processo la posizione della Lega come parte civile per i danni d’immagine – la condanna a Bossi “dispiace dal punto di vista umano. Fa parte però di un’altra era politica. La Lega ha rinnovato uomini e progetti”. No comment, invece, del presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni che però su Twitter scrive: “Mi spiace per Umberto, persona straordinaria. Mi spiace per lui, non per quelli che hanno sfruttato lui e la sua malattia in modo vergognoso”:

Il Tribunale ha condannato Bossi, il figlio (per il quale la pena è sospesa) e Belsito a una multa rispettivamente di 800 euro, 500 euro e 900 euro. Per alcuni episodi il reato è stato rideterminato da appropriazione indebita a tentata appropriazione indebita, per altri episodi è stata dichiarata la prescrizione, per altri ancora l’assoluzione. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. “Sentenza ingiusta – ha detto Belsito subito dopo la lettura del dispositivo del qual – voglio proprio vedere le motivazioni”. “Me l’aspettavo. Non ho nulla da rimproverarmi. È solo il primo grado, andiamo avanti” è invece il commento di Renzo Bossi. Il figlio del Senatùr ha ribadito: “La Lega non ha mai pagato le mie multe né la laurea in Albania dove non sono mai stato. Non ho nulla da rimproverarmi – ha concluso – ho creduto nel progetto del partito fino in fondo” aggiungendo però che ora, se si si andasse a votare domani, “vorrebbe vedere prima i programmi”.

In mattinata, al termine della sua discussione, il difensore di Bossi, l’avvocato Marcello Gallo, aveva chiesto l’invio degli atti alla Consulta sulla disciplina del reato di appropriazione indebita. La Lega, aveva sostenuto in sintesi il difensore, è un’associazione di diritto privato: i soldi utilizzati non erano pubblici ma privati, quindi il reato di appropriazione indebita non può essere contestato. Nemmeno in altre forme, posto che sul caso non è mai intervenuta una querela di parte. Il difensore di Umberto Bossi aveva chiesto in prima istanza l’assoluzione del senatore e, in subordine, ha eccepito la costituzionalità del reato di appropriazione indebita “nella parte in cui non comprende la disciplina delle cose comuni”. Nella sua ricostruzione, se da un lato ha ritenuto di escludere alcune spese, come i finanziamenti per il Sindacato Nazionale Padano, la scuola Bosina o i costi per le cure e la badante del Senatur (per questi capi di imputazione ha chiesto l’assoluzione), dall’altro il pm citando prove e intercettazioni non aveva avuto dubbi nel ritenere i tre responsabili di “reiterate distrazioni di denaro dalle casse del partito”.

Secondo l’accusa tra il 2009 e il 2011, l’ex tesoriere si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro. A Renzo sono stati addebitati, invece, più di 145mila euro: migliaia di euro in multe, i cui “verbali originali” sono stati trovati nella disponibilità di Belsito “in una logica di pagamento da parte della Lega”, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare una macchina, (un’Audi A6) e 77mila euro per la “laurea albanese”. “Tempo fa ho depositato gli atti per dimostrare che tutte le spese sono state da me pagate – aveva detto Renzo Bossi al termine dell’intervento del pm -. E poi per metà delle multe il pm aveva detto che c’è il tentativo, per le altre ho saldato il debito con Equitalia. Riguardo alla laurea in Albania ha parlato solo di quella di Pier Moscagiuro (ex guardia del corpo di Rosi Mauro, ndr) il quale è stato assolto. Io non mi sono mai laureato”.

Ora l’attenzione si sposta a Genova dove per competenza territoriale si è spostata una parte del procedimento milanese nell’ambito del quale Bossi e Belsito, insieme ad altri indagati, sono imputati per truffa aggravata ai danni dello Stato e dove la sentenza è prevista per il 24 luglio. In questo procedimento il pm ha chiesto 4 anni per Umberto Bossi e e 4 anni e mezzo per Belsito. La procura ligure, lo scorso aprile, ha anche chiesto la confisca di oltre 56 milioni di euro alla Lega Nord in quanto “percettore delle indebite appropriazioni dei soldi pubblici”, oltre alla condanna a cinque anni ciascuno – più una multa da 17 mila euro – per gli imprenditori Paolo Scala e Stefano Bonet, a due anni e nove mesi per gli ex revisori contabili Diego Sanavio e Antonio Turci, e a due anni e quattro mesi per il terzo revisore Stefano Aldovisi. Bossi, Belsito e i tre revisori sono accusati di truffa ai danni dello Stato perché chiesero e ottennero dal Parlamento oltre 56 milioni di euro che, secondo l’accusa, hanno usato per scopi personali. Scala e Bonet sono accusati insieme con l’ex tesoriere di riciclaggio, perché avrebbero collaborato al trasferimento oltreconfine di parte dei soldi ottenuti. Gli atti che hanno portato al processo, cominciato a Genova il 23 settembre scorso, erano arrivati in tre stralci da Milano, che aveva giudicato il tribunale del capoluogo ligure come competente per questi reati.