Rafforzare la supervisione sul credito e rimuovere ogni fattore che potrebbe gettare nel caos il sistema finanziario cinese. Il faro acceso dall’autorità di regolamentazione del sistema bancario sull’esposizione dei principali istituti verso i gruppi e le società cinesi più attive nella campagna di acquisizioni all’estero degli ultimi tre anni rientra a pieno nel mandato che il numero uno dell’authority, Guo Shuqing si era dato a marzo, appena preso l’incarico.

Pechino teme infatti che l’espansione oltre i confini della Repubblica popolare di alcuni dei campioni industriali del Paese, così come viene portata avanti, possa costituire un rischio sistemico. Si tratta di una verifica di routine quando si tratta di prestiti erogati per operazioni all’estero, scrive in un comunicato la Industrial and Commercial Bank of China, uno dei cinque grandi istituti del Paese e tra i destinatari a inizio giugno di una valutazione dell’esposizione debitoria nei confronti dei grandi gruppi.

Sotto la lente è finita anche l’acquisizione del Milan. Tra le società coinvolte c’è infatti la Rossoneri Sport Investment, ossia il veicolo costituito dall’imprenditore cinese Li Yonghong per acquistare il controllo del club dalla Fininvest per 740 milioni di euro. A lungo nei mesi precedenti si è discusso sulla capacità della cordata di mettere assieme le risorse necessarie a chiudere l’operazione e sulla liquidità a disposizione della nuova proprietà rossonera. A rallentare la cessione avevano poi contribuito le restrizioni sui pagamenti verso l’estero messe a punto dalla dirigenza cinese lo scorso autunno per arginare possibili fughe di capitali in un momento in cui la preoccupazione era stabilizzare lo yuan, evitando che si deprezzasse eccessivamente sul dollaro. Li e soci si erano comunque mossi attraverso zone offshore, come le Isole Vergini Britanniche, nonostante gli altolà governativo.

Allo stato attuale comunque si tratta soltanto di capire se le banche non corrano il rischio di vedere diventare incagli in bilancio i prestiti concessi per finanziare la campagna acquisti all’estero. Se una volta completata la valutazione dovessero emergere eventuali rischi, le banche saranno tenute a ridurre l’esposizione verso i gruppi interessati. Società che hanno rappresentato negli anni la punta avanzata del capitalismo privato con caratteristiche cinesi. La Dalian Wanda di Wang Jianlin, che si gioca assieme a Jack Ma lo scettro di uomo più ricco della Cina, si è trasformata negli anni una conglomerata tentacolare i cui interessi svariano dall’immobiliare al calcio, sia giocato (ha il 20% dell’Atletico Madrid) sia in tv con la società Infront, che gestisce i diritti della Seria A, fino al cinema con la statunitense Amc Entertainment e le sale Uci. Fosun è stato per anni una delle holding più attive: ha il controllo del Club Méd, il Cirque du Soleil e il 24% del Banco Comercial Portuguese.

Per quanto riguarda Hna, il gruppo fondato dall’ex pilota militare Chen Feng si è espanso dal trasporto aereo agli alberghi, al business degli aeroporti fino a diventare nei mesi scorsi il primo azionista di Deutsche Bank, sollevando in patria dubbi sia sulle fonti di finanziamento sia sulla struttura di controllo societaria. L’assicurazione Anbang controlla invece il Walford Astoria di New York. Nei mesi scorsi la compagnia è stata indicata come possibile partner d’affari del genero di Donald Trump, Jared Kushner. Le acquisizioni all’estero sono in gran parte state con la vendita di rischiosi prodotti finanziari che promettevano rendimenti molto più alti dei concorrenti. Per questo la forza e le connessioni politiche non sono state però sufficienti scongiurare problemi, il presidente Wu Xiaohui, sposato con la nipote di Deng Xiaoping, è stato arrestato la scorsa settimana, preso nella rete dell’anti-corruzione guidata dallo zar Wang Qishan.

Oggi i gruppi coinvolti si sono affrettati a rassicurare i propri investitori, dopo i tonfi pesanti i borsa, almeno per le tre quotate (Hna, Fosun e Wanda). L’intera vicenda si intreccia con la necessità, sempre più pressante, di contenere i rischi finanziari per il Paese. Si tratta di un nervo scoperto che lo stesso presidente Xi Jinping ha sottolineato nelle scorse settimane e che Moody’s aveva toccato a fine maggio declassando Pechino per la prima volta dal 1989, portandola da AA3 ad A1, con outlook stabile. Il taglio del rating è stato motivato con la crescita del debito che sommata alla fase di rallentamento dell’espansione del pil rendeva non più giustificata la precedente valutazione. “Il governo sta avendo un comportamento che il mercato dovrebbe apprezzare piuttosto che punire”, aveva sottolineato all’epoca Carl Wong, senior portafolio manager di Ram, “Sta infatti tentando di eliminare l’eccessiva leva finanziaria dal sistema, senza produrre un impatto troppo negativo sull’economia. Riteniamo che sia la cosa giusta da fare e che sia saggio in un anno come il 2017, che segnerà di transizione del potere con il congresso del Partito comunista in agenda in autunno”.