Al liceo classico alla maturità 2017 torna Seneca, che era già uscito nel 2011, ancora con le sue Lettere a Lucilio. L’autore più tradotto degli Anni Duemila, una “scelta sempre preziosa”, secondo Massimo Gioseffi, professore ordinario di lingua e letteratura latina all’Università degli studi di Milano. “Seneca fa parte del canone degli autori latini: è uno scrittore che bisogna leggere, e che tutti gli studenti avranno letto perché viene ampiamente trattato dai programmi”. Nessun effetto sorpresa, insomma, come era stato alla prima prova con l’analisi del testo di Caproni. Stavolta il Ministero ha puntato sulla tradizione. E ha fatto un regalo ai maturandi italiani: si tratta di una delle versioni più semplici degli ultimi anni.

Il valore della filosofia”: così viene presentato agli studenti che oggi affrontano la seconda prova dell’esame di Stato la versione di Seneca  l’estratto della XVI lettera a Lucilio. È la quarta volta negli ultimi vent’anni che alla maturità esce il filosofo di origini spagnole: due volte con le Epistulae (2017 e 2011), dopo il De Beneficiis del 2007 e le Naturales Quaestiones del 2003. Nessuno è mai stato tradotto così tanto alla maturità. “E non c’è da meravigliarsene: Seneca è un’opzione sempre valida. Ha concetti densi, messaggi importanti e una sintassi non troppo complicata. L’ideale per una prova del genere”, il commento di Gioseffi. Stavolta, poi, il brano a chi ha un minimo di dimestichezza con le lingue antiche appare davvero abbordabile. “Sicuramente è un testo che non presenta grandi difficoltà. E poi è molto noto, presente nella maggior parte delle antologie ed eserciziari. Tanti studenti potrebbero averlo già tradotto nel loro percorso”.

Il senso generale, l’importanza della filosofia di fronte agli eventi imprevedibili della vita, è molto chiaro, ed esplicitato per altro anche dalla breve introduzione fornite dal Ministero. “Non ci sono periodi complessi, le difficoltà semmai sono di ragionamento: questa è filosofia pura, bisogna seguire il discorso, cogliere le giuste sfumature delle parole”. Eccole, le poche insidie del brano: “Penso al sostantivo consilium, o all’avverbio secure all’inizio del secondo paragrafo: tutti saranno in grado di trovarli sul dizionario, ma dietro quelle parole c’è un infinito concettuale che affonda le radici nel pensiero senechiano”, l’opinione del latinista. “Diciamo che è una versione facile da tradurre, più difficile da tradurre bene”. Ma molti studenti alla maturità si accontenterebbero di molto meno. Attenzione, dunque, giusto a un paio di passaggi: il secondo rigo, con due subordinate in serie che rappresentano il periodo più complesso del brano; e l’apertura dell’ultimo paragrafo, con la congiunzione vel che rischia di essere un po’ scivolosa.

Poca roba, comunque, rispetto al Tacito del 2015, ma pure a Quintiliano del 2013. “Lì avevamo un autore tradizionalmente ostico, e un altro meno diffuso e appesantito dal bagaglio della scuola retorica, difficile da decodificare per studenti di liceo. Invece la relativa semplicità grammaticale e sintattica di Seneca permette anche di cogliere la profondità del suo messaggio”. A riguardo Gioseffi lancia quasi un appello al Ministero: “Mi piacerebbe che la seconda prova di latino non si esaurisse nella traduzione, ma prevedesse anche una fase di riflessione: dopo averlo scoperto, il brano andrebbe introiettato”. Specie di fronte a uno dei capolavori di Seneca: “È un testo meravigliosamente vivo, adatto a una ricorrenza speciale quale la maturità”, conclude il professore. “Quale consilium migliore della filosofia per chi si prepara ad affrontare la vita da adulto?”.

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