Un anno. Tanto ci ho impiegato per portare a termine “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (ed. Neos). È stato proprio come se avessi dedicato un intero anno della mia vita per portare a termine questa inchiesta.

Del resto, i prodromi c’erano tutti. Mi ero già occupato di indigenza a Torino in Torino. Oltre le apparenze. Mi ero già reso conto allora che il tema meritava un approfondimento. Da qui l’idea di andare a intervistare chi accoglie i poveri a Torino, ma soprattutto chi la povertà la subisce: i “vecchi” poveri, specie immigrati, ma anche i nuovi poveri, ossia gli italiani che perdono un lavoro o hanno un lavoro sottopagato o molto saltuario. E i poveri hanno risposto all’appello senza remore, anzi si aveva l’impressione che cercassero qualcuno cui confidare le loro tristi storie.

Secondo gli ultimi dati dell’Istat sul 2016 sono 7,2 milioni gli italiani in condizioni di povertà assoluta, pari all’11,9 per cento delle famiglie. Il doppio rispetto alla Francia, il triplo in confronto alla Germania.

E in Italia Torino è paradigmatica, perché è una città ex industriale che sta cercando una nuova fisionomia, senza trovarla: Torino oggi è “ricca di poveri”. Ma essa è anche una delle città più accoglienti d’Italia, perché ricca di strutture private, laiche, ma soprattutto religiose che accolgono gli indigenti e, molto terra terra, danno loro un letto, una colazione, una minestra, un panino. E’ il secondo welfare che avanza e senza il quale il pubblico si troverebbe molto in difficoltà ad affrontare il problema. Problema che – sommessamente – mi sento di escludere che si possa semplicemente risolvere dando una sorta di paghetta ai poveri. Il problema è molto più complesso e profondo e a mio modo di vedere mette in discussione il nostro stesso modello di sviluppo che, tra l’altro, non si sviluppa più.

Un anno intero di immersione nella povertà, dal quale sono uscito io stesso in qualche modo arricchito dall’esperienza, ma anche quasi senza fiato, un po’ per le storie che mi erano state raccontate, ma un po’ anche perché alla fine mi rendevo conto di quanto la povertà ci circondi in ogni dove. Non sono solo i mendicanti, non sono solo i recuperatori di immondizie, non sono solo i lavavetri, non sono solo i raccoglitori mercatali, non sono solo i venditori di fiori nelle pizzerie. Sono anche i ragazzi che lavorano per Foodora o che ci chiamano dai call center o che da laureati lavorano nel precariato. Tutte persone che occupano contemporaneamente due caselle nelle statistiche Istat: quella dell’occupazione e quella della povertà.

Il libro, singolarmente, si abbina al penultimo che ho scritto con altri autori, “Verde clandestino”. La crisi manifatturiera alimenta le erbacce che colonizzano gli spazi lasciati vuoti dall’uomo e riduce le persone all’indigenza.