Nemmeno l’intervento d’imperio di Matteo Renzi, tartassato da giorni da Dario Franceschini e arrabbiatissimo con Matteo Orfini, è riuscito a spegnere l’incendio nella federazione romana del Partito Democratico. Che, in vista del congresso del 25 giugno, è ormai una polveriera. La spaccatura sul fronte renziano – che pure nella Capitale aveva sfiorato il 65% alle primarie nazionali – ha prodotto un’inaspettata corsa a quattro, con possibili colpi di scena. Il Nazareno, infatti, al termine di una giornata campale, ha scelto a suo candidato “ufficiale” il giovane Andrea Casu, stretto collaboratore del renziano Luciano Nobili, a sua volta “padre” della candidatura di Roberto Giachetti in Campidoglio e, in qualche modo, della sfiducia all’ex sindaco Ignazio Marino. Una candidatura che non sarà appoggiata dal fronte legato al premier Paolo Gentiloni e dagli ex veltroniani. Vediamo perché.

Il veto della moglie del ministro su Baglio La scelta di Casu è arrivata in virtù del veto imposto da Michela Di Biase sul nome di Valeria Baglio, che fu presidente dell’Assemblea Capitolina nel dopo Mafia Capitale. Lunedì mattina, Baglio era praticamente certa della sua investitura. La candidatura dell’ex turca, dunque non lontana da Orfini, avrebbe dovuto unire un po’ tutte le anime del partito, ma ha trovato la netta opposizione di Di Biase, la quale oltre ad essere capogruppo in Campidoglio è anche la moglie del ministro ai Beni Culturali, Dario Franceschini, nonché riferimento della sua corrente in città. Ed ecco il retroscena che tutti confermano e in pochi smentiscono: Franceschini, informato della situazione, telefona a Renzi per imporre il veto su Baglio. L’ex premier, sfiancato dalle insistenze del ministro e poco propenso ad aprire un altro fronte nel partito, a sua volta rimette in riga Orfini, gli contesta la gestione tragicomica della situazione e gli impone di accontentare Franceschini e Di Biase, facendo fuori la Baglio. La quale, ormai troppo esposta con i suoi e forte di alcune alleanze già strette, decide di non sottostare al diktat della sua collega-rivale e di restare in corsa, facendo deflagrare di fatto la corrente renziana. Qual è il motivo di tanto astio per le due donne Dem del Campidoglio? Niente di personale: in ballo c’e’ – anche – la possibile candidatura a sindaco per il dopo Raggi, che la signora Franceschini aveva già accarezzato nel 2016.

Le manovra dei Gentiloniani – Quello che emerge – e che è utile anche per comprendere le dinamiche nazionali – è che una sconfitta “turborenziana” a Roma potrebbe essere un campanello d’allarme non indifferente per l’ex premier. Su Valeria Baglio, infatti, sta convergendo tutta un’area del Pd identificabile nei seguaci del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, negli ex veltroniani e in una parte dei zingarettiani. Inoltre, è ancora tutto da fare l’accordo fra i Pop Dem di Beppe Fioroni e la coppia Orfini-Nobili, i quali hanno proposto un ticket che porterebbe Mariano Angelucci alla vice-segreteria, mossa utile per provare a sedare il fastidio mostrato da Enrico Gasbarra rispetto al dietrofront di lunedì. Molte delle indicazioni sulle prossime mosse potrebbero arrivare giovedì pomeriggio dall’iniziativa “Roma Città Aperta”, capitanata da Tobia Zevi e Giovanni Zannola, che si svolgerà a Piazza Cavour e che potrebbe essere un primo laboratorio allargato di questa sorta di corrente gentiloniana. “Abbiamo già quasi 200 partecipanti confermati – spiega Zevi – senza gerarchie, grandi nomi che discuteranno in modo orizzontale con noi ragazzi dell’associazione e le persone comuni”. Non è un mistero, tuttavia, come Gentiloni – primo premier romano dai tempi di Giulio Andreotti – dopo aver visto sfumare la sua candidatura a sindaco nel 2013 a vantaggio di Ignazio Marino, abbia voglia di mettere le radici nella Capitale, slegandosi da Matteo Renzi e, magari, trovando nel governatore laziale Nicola Zingaretti un possibile alleato. Quale migliore occasione di questa?

Attenzione agli outsider – In una situazione del genere, qualche sorpresa potrebbe arrivare dagli outsider. Più che il giovanissimo Livio Ricciardelli, da osservare sono i movimenti di Andrea Santoro, ex presidente del Municipio IX Eur. Santoro ha esperienza e voti – dentro e fuori al partito – e pur avendo votato Renzi, ha l’appoggio di tutta la corrente orlandiana, degli altri ex minisindaci e di tutti coloro che nel Pd si erano opposti alla sfiducia notarile a Ignazio Marino, oltre a poter vantare un ottimo rapporto con Zingaretti. Per capire le sue potenzialità, basta fare due conti sulla base delle ultime primarie nazionali: il 64% di Renzi, diviso in due, porterebbe un 32% a testa a Casu e a Baglio, mentre il 36% di Orlando finirebbe tutto nella cascina di Santoro, con Ricciardelli che dovrebbe accontentarsi delle briciole. A quel punto, sarebbe l’Assemblea dei delegati a decidere e in quella sede il ribaltone è sempre dietro l’angolo.