Roger Moore è morto. Il sette volte James Bond, quintessenza dell’eleganza british, garbato e spiritoso gentleman londinese, altra pasta del seppur fascinoso scozzese Sean Connery o dell’insipido outback australiano George Lazenby, è deceduto ad 89 anni dopo una malattia fulminante. Moore risollevò la saga di 007 proprio quando Lazenby l’aveva distrutta e Connery non ne poteva più. Live and let die, 1973, regia di Guy Hamilton, 160 milioni di dollari dell’epoca, oltre 750 milioni attuali, quarto titolo tra gli incassi più alti della saga prodotta da Albert Broccoli, è il film che fa conoscere ben oltre la Manica lo sguardo conturbante del 45enne attore già noto nel mondo anglosassone per aver interpretato Simon Templar, il “santo”, ladro gentiluomo, affabile ed elegante Robin Hood, andato in onda sulla tv inglese dal 1962 al 1969.

Moore era stato anche il simpatico Lord Brett Sinclair assieme all’altro miliardario interpretato da Tony Curtis nella consequenziale e fulminea serie Attenti a quei due (1971-72). L’attore inglese letteralmente ridefinisce 007 dandogli un taglio più ironico e disincantato e ammaliando comunque i già numerosi fan dell’epoca abituati al più intirizzito fustone di Connery. Ricordarlo partendo da questo frangente storico del cinema significa donargli la giusta collocazione professionale. Perché Roger Moore è di quegli attori del periodo d’oro del glamour cinematografico planetario che svestiti i panni dell’agente segreto al servizio di sua maestà non è più riuscito, e per certi versi non ha nemmeno più voluto, riconfermare la propria presenza attoriale su grande schermo.

Il record dei sette volte Bond (L’uomo dalla pistola d’oro, 1974; La spia che mi amava, 1977; Moonraker, 1979; Solo per i tuoi occhi, 1981; Octopussy, 1983; Un Bersaglio mobile, 1985) non l’ha ancora superato nessuno: Connery è a 6; Brosnan e Craig a 4; Lazenby dietro dietro a 1. Dodici gli anni consecutivi nelle vesti di un personaggio che ha mescolato spy story e action diventando gradualmente l’antesignano di un cinema più muscolare e fisicamente performativo come poi i James Bond avrebbero richiesto negli script dagli anni novanta in poi. Tra l’altro, quando Moore aveva già 58 anni e si spupazzava Grace Jones in Bersaglio Mobile, aveva già deciso che sarebbe stata l’ultima volta da 007. Troppa violenza. L’action movie richiedeva non solo l’aplomb dell’agente segreto senza nemmeno un taglietto sulla mano, composto e risoluto dispensatori di pallottole mortali, ma qualcosa che andava oltre. Moore, già nel lungo inseguimento sugli sci, che un oggi fa davvero un po’ sorridere, di Solo per i tuoi occhi, non sembrava già far palpitare più le innovative baldanze atletiche da physique du role di un Bond in trasformazione alla Rambo.

Moore appare tra l’altro nel 1978 con un sigarone in bocca ne I quattro dell’oca selvaggia, tenente pilota d’aereo che tra le mitragliate delle truppe africane riporta a casa i mercenari capitanati da Richard Burton. Eppure già lì è sornione e astuto milite col fiatone, come del resto Burton e Richard Harris, tutti in debito d’ossigeno e di atleticità nel seppur valido film di Andrew McLaglen. Il buen ritiro svizzero di Crans Montana e poi soprattutto nel Principato di Monaco, si dice per questioni fiscali fin dai primi anni settanta, anche se Moore ha più volte ribadito di aver saldato il conto con le casse della Regina, ha come fornito al bell’inglese dagli occhi azzurri un tranquillissimo ed elitario trentennio di piacevole inattività.

Iperattivo in ambito umanitario Unicef grazie all’aiuto di Audrey Hepburn; diventato presto “sir”, baronetto, come i Beatles; una stella (tardiva) sulla Hollywood Walk of Fame nemmeno dieci anni fa ad 81 anni; Moore è sempre stato simpatico nel ricordare che meglio di lui a interpretare 007 sono stati Craig e Connery: “Sean è stato naturalmente il più grande.  Ed oggi siamo stati fortunati ad avere Daniel. Ho sempre pensato che Sean somigliava ad un killer, mentre Daniel avrebbe potuto farlo fuori. Ma soprattutto quando ho visto Casino Royale ho pensato che Daniel in sette minuti ha girato più scene d’azione che io in sette film”.