“Non è un nuovo indirizzo di studi, ma una vera e propria sperimentazione metodologica. L’esame di Stato rimane lo stesso e identico sarà anche il diploma finale conseguito dagli alunni. Il senso di questa iniziativa è capire se in quattro anni si riusciranno a raggiungere i medesimi obiettivi formativi di un percorso quinquennale”. Carmela Palumbo, a capo della dg per gli Ordinamenti scolastici e la valutazione del Miur, parla della bozza di decreto che autorizza 100 prime classi degli istituti scolastici del secondo ciclo alla sperimentazione delle scuole superiori in 4 anni anziché in cinque. Perché il provvedimento diventi esecutivo manca l’ok della Corte dei Conti e la pubblicazione ufficiale, ma il più sembra fatto.

Così dopo i timidi esperimenti degli anni passati, l’idea di accorciare la lunghezza delle lunghe superiori trova una sua più ampia attuazione. Dagli uffici del ministro Fedeli provvedono a rassicurare gli scettici: l’operazione, dicono, sarà “fortemente presidiata dal Ministero”. Inoltre, ci sarà una vigilanza attenta da parte degli ispettori e naturalmente saranno evitate “ripercussioni negative su offerta formativa e docenti”. Insomma, il messaggio è chiaro: state sereni, nessun danno, anzi vantaggi per gli studenti.

Già, perché a giustificare l’ennesimo tentativo di riforma ci sono argomenti che sembrano condivisibili. Argomenti che in molti riterranno incontrovertibili. Di più, inoppugnabili. Il primo è quello che l’abbreviazione del percorso di studi permetterà di far diplomare i ragazzi un anno prima; proprio come accade ai loro coetanei spagnoli, francesi, portoghesi, ungheresi e inglesi. Non solo. Si è certi che questa rimodulazione agirà anche da contrasto all’abbandono scolastico. Quanto le argomentazioni siano siano deboli lo sanno bene quanti nelle scuole ci lavorano. Quanti hanno figli o nipoti che nelle classi trascorrono le loro mattine.

E’ mai possibile che chiunque transiti per il Miur decida di segnalarsi per provvedimenti che piuttosto che rafforzare il percorso scolastico dei ragazzi, lo voglia semplificare? Perché mai, senza differenze sostanziali dal colore politico del ministro, le politiche del Miur sembrano indirizzate a rendere più fragile l’architettura dell’istruzione? Nonostante quel che ministri inadeguati hanno colpevolmente mutato, la scuola superiore continua a “formare”. Certo, con grande difficoltà, anche considerando la disgregazione della famiglia intesa come istituzione. Ma seppur con alcune naturali eccezioni, la scuola superiore continua a rispondere al suo compito primario: aiutare la crescita personale, rafforzare le consapevolezze, definire le capacità, indirizzare le scelte, almeno in ambito professionale.

Tutto questo è stato scelto fosse raggiunto in un arco temporale di cinque anni, osservando preventivamente quanto la crescita psico-fisica potesse essere raggiunta in un quinquennio. Anticipare di un anno questo processo, come sperimenta il Ministero, ci permetterà di omologarci a diversi paesi europei, ma rischia di creare un ulteriore corto circuito alla nostra istruzione. Al Miur sono davvero sicuri che il sistema scolastico di Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Ungheria e Romania sia da imitare? Che quel che producono in quattro anni le scuole superiori di quei Paesi sia superiore a quel che riusciamo a fare in Italia in cinque anni? Il dubbio che le certezze che si hanno al ministero svanirebbero se osservassero la scuola, entrando nelle classi, rimane. L’Italia è ancora un modello, così ci vedono in quei Paesi che ci sforziamo di imitare.

Quanto all’abbandono che si è osservato avverrebbe in coincidenza con la fine del quarto anno, possibile che l’unica misura escogitata sia quella di abbreviare il percorso? La sensazione che piuttosto che un contrasto all’abbandono sia una resa, è forte. Insomma si abbassa l’asticella sempre più, perché la possano saltare tutti. Che sia la soluzione al problema è tutto da verificare. Ma intanto il sottosegretario Gabriele Toccafondi parla di una sperimentazione “molto seria”. D’altra parte cos’altro potrebbe dire. Peccato che i particolari dell’operazione lascino perplessi. A partire dalla promessa di classi con in media 25-30 alunni, proseguendo per la valorizzazione delle tecnologie digitali. Non mancherà, naturalmente, “un rafforzamento del curriculo”, a partire dall’alternaza scuola-lavoro.

E’ probabile che il progresso contempli l’aggiornamento delle metodologie: è possibile che l’Europa ci chieda di eliminare le differenze. Ma sarebbe delittuoso procedere ad un omologamento scolastico che mortificherebbe i nostri saperi, sarebbe folle continuare a smontare il sistema d’istruzione con misure come quella di portare le superiori a quattro anni.