Oggi è una data da segnare in rosso per il destino del nuovo Pd. Con l’assemblea del partito all’Hotel Marriott di Roma dalle 10 del mattino inizia ufficialmente la seconda stagione del renzismo, con il leader che sarà proclamato ancora segretario, la designazione del presidente e la nuova direzione. In che direzione è il punto. Perché se i sondaggi dicono che la consultazione del 30 aprile e le polemiche no-vax hanno spinto i dem davanti al M5S la strada per Renzi non è in discesa. Non a caso negli ultimi giorni l’ex premier ha manifestato segni di crescente nervosismo nei confronti del governo Gentiloni cui manda messaggi precisi: avanti così non si va. Senza di lui non si va, perché il pasticcio su legittima difesa e l’emendamento sul telemarketing sono segni di una pericolosa perdita di controllo. La tentazione sarebbe quella di votare in ottobre prima che si vari la manovra di bilancio, accreditano i giornali citando “fonti vicine al segretario”.

C’è però un altro terreno che si annuncia scivoloso ed è proprio la fisionomia del nuovo Pd. I rapporti di forza usciti dalle primarie tra maggioranza e minoranze dovranno replicarsi per i 1000 delegati, 21 segretari regionali, 100 parlamentari e 70 membri di diritto (ex segretari ed esponenti di governo). I numeri dicono che il 69,2% preso domenica da Renzi gli vale 700 delegati, 212 ad Andrea Orlando che è arrivato secondo con il 20% e 88 a Michele Emiliano (10,8%). Ma i numeri, si sa, sono stati contestati e anche le pedine da indicare dovranno in qualche modo essere un ponte tra le anime divise del partito per non finire subito nella palude delle liti interne. Per la direzione sono 120 nomi da eleggere (20 saranno indicati da Renzi).

Per la segreteria c’è una girandola che avrebbe come punti fermi la riconferma di Matteo Orfini alla presidenza, ma la poltrona per prassi dovrebbe essere assegnata alla minoranza. Ma il nome dell’alternativa possibile è quello del ministro per i rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro. Per la vicepresidenza in lizza c’è Maurizio Marina, ministro per le politiche agricole che in ticket con Renzi ha seguito le primarie. Al suo fianco un altro renziano, Lorenzo Guerini. Se queste sono le carte si capisce il malumore di Michele Emiliano che ha portato a una telefonata di pre-chiarimento con Renzi il cui esito è tutto da verificare. Emiliano, tramite il deputato di Fronte democratico Dario Ginefra, assicura che non è in corso un negoziato per gli incarichi. Ma è chiaro che uno sbilanciamento totale porterebbe a nuovi scontri interni. Anche per questo Renzi, ufficialmente, non starebbe lavorando alla chiusura della segreteria che sarà definita solo a metà della prossima settimana. Ma i nomi girano e quelli più verosimili sono quelli di Andra Rossi, spalla del governatore dell’Emilia Stefano Bonaccini per l’organizzazione e Matteo Richetti al coordinamento politico. Loro con Martina sarebbero il volto nuovo del Pd con meno azionariato toscano.

Non un desiderata di Renzi, ma una condizione posta dalla minoranza. In particolare dagli orlandiani che hanno mostrato insofferenza verso un ritorno al passato mentre l’entourage del governatore pugliese antepone a una eventuale querelle su incarichi e posti il riconoscimento di rilevanti concessioni politiche sul programma. Programma, dicono dal Nazareno, che verte su due punti essenziali: sull’Europa da cambiare, il lavoro con la proposta di sgravio triennale per chi assume. Alla vigilia Renzi ha lanciato la piattaforma online “Bob” per ricevere idee dai militanti. Altra conferma, se ce ne fosse bisogno, che la sfida per il Paese è tra Pd e Cinque Stelle.