Chiedevano il 5 per cento sull’importo degli appalti in cambio delle dritte giuste sui valori da indicare nelle offerte per vincere le gare. E poi attestavano falsi stati di avanzamento lavori e ne liquidavano altri mai eseguiti o non finiti, tra cui anche un muro di contenimento contro il pericolo di esondazioni. Questo è quanto ha ricostruito la Procura di Brindisi che ha ottenuto l’arresto per cinque tra funzionari e dipendenti Enel della centrale di Brindisi. In carcere è finito Carlo De Punzio, responsabile delle relazioni esterne del sito pugliese, mentre sono ai domiciliari quattro dipendenti: Domenico Iaboni, Fabiano Attanasio, Nicola Tamburrano e Vito Gloria, che più volte in passato è stato anche consigliere comunale nel capoluogo pugliese tra i banchi prima dei Ds e poi di Sel.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti condotti dai pm Milto Stefano De Nozza e Francesco Carluccio, i cinque – tutti accusati di corruzione continuata – avrebbero favorito almeno una ditta “amica”, ma l’indagine non è chiusa e gli uomini della Guardia di Finanza stanno vagliando altri esiti di gara sospetti. In cambio, secondo gli investigatori, avrebbero ottenuto denaro, assegni, carte di credito prepagate, cellulari, complementi d’arredo, un’automobile e alcuni lavori di ristrutturazione in una delle loro case.

L’inchiesta è nata dalla denuncia dell’imprenditore leccese Giuseppe Luigi Palma, indagato a piede libero, che ha raccontato di essere stato costretto a versare mazzette del 5 per cento per ogni lavoro. Le sue parole sono “verificate, particolareggiate, analitiche, quindi completamente attendibili”, ha detto il procuratore capo di Brindisi Marco Dinapoli. Palma, secondo la tesi dell’accusa, per riuscire a presentare offerte vantaggiose, dopo aver ottenuto gli appalti era costretto ad utilizzare materiale scadente nella realizzazione delle opere e a gonfiare le fatture. Oltre ad assumere, sostiene l’imprenditore, manodopera di cui non aveva bisogno per assecondare le richieste degli altri indagati.

Uno di questi, il project manager delle gare d’appalto Domenico Iaboni, è stato licenziato autonomamente da Enel pochi mesi fa dopo l’avvio di verifiche interne da parte della società elettrica. Nel ricostruire il presunto giro delle tangenti, Dinapoli ha voluto sottolineare di aver “molto apprezzato l’atteggiamento tenuto da Enel che è stato lineare e collaborativo”. Infatti la stessa azienda, dopo aver appreso da Palma come si sarebbe svolto l’iter per l’affidamento dei lavori, ha effettuato delle verifiche. E, scoperte le presunte irregolarità, ha “registrato un colloquio con l’imprenditore, con il suo consenso, depositando la registrazione nello studio di un notaio e mettendola a disposizione della procura”, dove negli scorsi mesi ha contestualmente presentato una denuncia contro i dipendenti ritenuti infedeli.

“Abbiamo avuto la sensazione che si trattasse di un sistema. L’imprenditore non ha preso l’iniziativa di pagare le tangenti, è stato avvicinato – ha spiegato poi Dinapoli – Sono quindi necessari approfondimenti su altre ditte e funzionari, poiché è logico pensare che ci siano altre persone che hanno partecipato a questo sistema”. Per i cinque dipendenti di Enel, il gip del tribunale di Brindisi Stefania De Angelis, oltre alle misure cautelari, ha disposto il sequestro preventivo di 230mila euro che rappresenterebbero l’equivalente delle presunte mazzette intascate.