Anche quest’anno, il 24 aprile, sono stati assegnati a San Francisco, i Nobel per l’ambiente, con cui vengono premiate sei persone, provenienti da Europa, Asia, Stati Uniti, Sud e Centro America, Africa e Australia, che si sono particolarmente distinte nel campo della tutela ambientale. Devo dire che l’impressione che mi procurano questi eroi è simile a quella che mi procurano i panda: una specie in via di estinzione. Ma vediamo comunque chi sono quest’anno.

Per l’Europa, l’agricoltore biologico e allevatore Uroš Macerl, 48 anni, presidente dell’associazione ambientalista Eko Krog. La sua fattoria sorge nei pressi di un cementificio alimentato a coke petrolifero, cementificio che nel 2009 ha ottenuto altresì l’autorizzazione per incenerire anche rifiuti industriali pericolosi. Risultato: aumento dei morti per tumore nelle vicinanze dell’opificio. Macerl ha allora iniziato un’estenuante battaglia legale che si è conclusa solo davanti alla Corte di giustizia europea, ottenendo alla fine la chiusura della fabbrica.

Per l’Asia, l’agricoltore indiano Prafulla Samantara, 65 anni, anch’egli protagonista di una battaglia legale durata dodici anni per difendere i diritti della tribù indigena Dongria Kondh e per proteggere le colline di Niyamgiri, nello stato di Odisha, nell’India orientale, dove avrebbe dovuto essere aperta una miniera di bauxite da parte dell’Odisha state mining company.

Per l’America del Nord, il losangelino Mark Lopez, 31 anni, che è riuscito a convincere lo stato della California ad effettuare, nel quartiere in cui vive, l’analisi sul piombo contenuto nei fanghi e nelle polveri prodotte per oltre tre decenni da una fabbrica di pile e batterie. Effettuato lo screening, lo stato della California ha ora stanziato 176,6 milioni di dollari per bonificare abitazioni e aree pubbliche.

Per il Centro America, il leader indigeno guatemalteco Rodrigo Tot, 59 anni, che ha guidato la rivolta pacifica della sua comunità contro l’ampliamento di una miniera di nichel nella regione di El Estor, sulle rive del lago di Izabal, inquinato dagli scarichi provenienti proprio dall’estrazione.

Per l’Africa, il congolese Rodrigue Mugaruka Katembo, 41 anni, guardiacaccia del parco dei Virunga, celebre per ospitare l’ultima popolazione di gorilla di montagna. È il protagonista del film Virunga, candidato al premio Oscar 2015 come miglior documentario, nel quale ha denunciato un sistema di appalti e corruzione teso a concedere alla società britannica Soco International il permesso di esplorazione ed estrazione petrolifera all’interno del parco.

Per l’Australia, una lei, Wendy Bowman, 83 anni, che è riuscita a impedire l’ampliamento di una miniera di carbone nel Nuovo Galles del Sud, anche in questo caso con una battaglia giudiziaria.

Due considerazioni a margine della premiazione. La prima è che spesso le vittorie si ottengono nelle aule dei tribunali. Il che testimonia l’insensibilità diffusa dei governi a vario livello per la difesa dell’ambiente. La seconda è che per un tot di persone che difendono l’ambiente, un altro tot muore. Muoiono certamente coloro che subiscono il degrado sempre più diffuso, ma soprattutto muoiono proprio quelli che si battono per la tutela. Molti ricorderanno Dian Fossey, uccisa per mano dei bracconieri proprio per la sua lotta in difesa dei gorilla di montagna. Poi c’è Isidro Baldenegro López, messicano, premiato col Nobel nel 2005 per la sua lotta contro il disboscamento che è stato ucciso il 15 gennaio di quest’anno.

Stessa sorte ha subito nel 2016 Berta Càceres, honduregna che si batteva per difendere i diritti della sua comunità e per proteggere le terre ancestrali del suo Paese, vincitrice dello stesso premio nel 2015. Secondo il Guardian è stata uccisa da squadroni della morte legati agli Stati Uniti. Per non parlare di Chico Mendes e degli altri indios trucidati nei decenni scorsi. Meglio che te ne stai buono e zitto a subire, altrimenti rischi la pelle.