Pista di sci sintetica in Basilicata: non è così che si risponde alla necessità di investimenti
La vicenda della pista sintetica da sci, realizzata nel cuore della montagna Sellata-Pierfaone in Basilicata, rischia di diventare l’ennesima ferita della natura. Rischia, altresì, di essere un’altra occasione in cui, dietro la parola magica “turismo”, si pretende di far passare interventi che incidono su un ambiente di particolare pregio, come se fossero interventi inevitabili, necessari e soprattutto innocui.
Oggi nessuno può seriamente sostenere che la Basilicata non abbia bisogno di investimenti, lavoro e rilancio delle aree interne. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui si sta dando una risposta a questa necessità sacrosanta. Non perché si debba essere contrari agli investimenti, al turismo o alla possibilità di creare lavoro nelle aree interne. Al contrario. È proprio perché si vuole uno sviluppo serio, duraturo e credibile della montagna lucana che bisogna avere il coraggio di dire una cosa elementare: l’economia non può essere usata come alibi per comprimere la tutela dell’ambiente, da cui quell’economia dovrebbe trarre valore.
E’ bene non dimenticare che alla Sellata-Pierfaone non si parla solo di una pista sintetica lunga 480 metri, la più lunga del genere in Italia, ma di un cantiere realizzato in tempi da record, con circa un migliaio di alberi destinati all’abbattimento, di una nuova seggiovia, di parcheggi ed infrastrutture, con un impatto ambientale davvero dirompente.
L’intervento si colloca in un contesto naturale delicatissimo, nel territorio del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, a ridosso della ZSC “Faggeta di Monte Pierfaone”, inserita nella rete Natura 2000. E qui la domanda diventa inevitabile: era davvero questo il modo meno impattante per rilanciare il turismo e l’attività sciistica in quella montagna?
Perché una pista di plastica in un ambiente protetto non è una questione marginale. Non basta dire che il progetto sia stato autorizzato, che esistono pareri o che saranno effettuate compensazioni. Un bosco non è un insieme di alberi che possono essere semplicemente sostituiti con nuove piantumazioni. Un ecosistema non funziona con la logica del “tolgo e rimetto”.
Il punto più delicato riguarda proprio la valutazione di incidenza. E’ pur vero che uno screening ambientale risulta essere stato effettuato, in maniera piuttosto frettolosa, ma la questione posta dagli ambientalisti è: considerando la localizzazione e la natura degli interventi, quello screening era sufficiente oppure occorreva un livello di valutazione più approfondito? È una domanda tutt’altro che ideologica. E merita risposte tecniche, pubbliche e documentate.
Perché non si può valutare un’opera limitandosi al singolo metro quadrato occupato dalla pista. Bisogna considerare l’insieme delle infrastrutture, la viabilità, i parcheggi, gli impianti, i servizi, il consumo di suolo e gli effetti che potranno derivare dall’aumento della frequentazione dell’area. L’ambiente va valutato nel suo complesso, compresi gli effetti cumulativi e indiretti. E allora viene spontaneo chiedersi: perché portare la plastica sulla montagna quando la montagna stessa rappresenta il principale patrimonio turistico?
Il rischio è quello di costruire un’attrazione artificiale sacrificando, almeno in parte, ciò che è autentico e irriproducibile.
La Costituzione non considera l’ambiente un ostacolo allo sviluppo. Al contrario, dopo la riforma dell’articolo 9, la sua tutela è un principio fondamentale della Repubblica. E l’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica non può svolgersi arrecando danno alla salute e all’ambiente. Dunque il problema non è essere contro l’economia, bensì pretendere un’economia compatibile con l’ambiente.
Gli investimenti pubblici devono produrre lavoro, reddito e prospettive per le comunità locali, ma devono anche superare una domanda fondamentale: quale sarà il costo ambientale dell’operazione? E soprattutto: esisteva un’alternativa meno invasiva? Per esempio, un intervento ecosostenibile, rispettoso della vocazione naturale del luogo?
Sono esattamente le domande che una buona amministrazione dovrebbe porsi. La vicenda giudiziaria sul cantiere, con il sequestro preventivo di una parte dei lavori, dovrà naturalmente essere valutata nelle sedi competenti. Non spetta alla politica sostituirsi alla magistratura. Ma spetta alla politica spiegare ai cittadini perché questa sia la scelta giusta, perché sia stata privilegiata questa soluzione e quali garanzie siano state adottate per proteggere un patrimonio che appartiene a tutti.
Chiamare “sviluppo” qualsiasi trasformazione del territorio non basta. La montagna non è un terreno vuoto sul quale collocare opere perché sono disponibili finanziamenti. È un patrimonio fragile, che non può essere restituito dopo essere stato compromesso.
Se si vuole rilanciare la montagna di Sellata-Pierfaone, bisogna avere il coraggio e la lungimiranza di coniugare il lavoro e il turismo con la tutela ambientale. Perché quando l’economia distrugge il bene naturale sul quale dovrebbe fondarsi, non è sviluppo, ma soltanto consumo del futuro.