È un refrain che ci ripetiamo da molte settimane, ma fino a domenica 7 maggio le volte non saranno mai abbastanza. Dopo l’esito del primo turno delle elezioni in Francia che ha visto accedere al ballottaggio il centrista progressista Emmanuel Macron contro la leader del Front national Marine Le Pen, il voto si carica di attese e sfide su più campi che, per certi aspetti, vanno ben oltre i confini francesi e assumono le caratteristiche del primo grande confronto continentale tra nazionalismo protezionista e internazionalismo liberale.

Com’era ampiamente prevedibile, la conquista – per alcuni inaspettata – del primo posto per preferenze da parte di Macron è stata accolta con favore e un sospiro di sollievo a Bruxelles: dal punto di vista delle istituzioni europee, scongiurato il terribile scenario di una potenziale sfida Mélenchon-Le Pen. Si punta sul candidato che possa garantire una certa continuità con le politiche perseguite a livello economico dalla Francia fino a questo momento e che possa arginare l’ascesa del populismo di destra. Nei giorni immediatamente successivi al voto del 23 aprile ho raggiunto il Commissario europeo agli Affari economici dell’Unione, Pierre Moscovici, per qualche commento sui risultati del primo turno.

Moscovici ammette l’ottimismo, ma resta cauto, lasciandosi andare a tratti a una dichiarazione alla Vujadin Boškov (nda, “partita finisce quando arbitro fischia”): “Non siamo davanti ad un referendum sull’Unione europea, anche perché la domanda non è se restare con Bruxelles o no; chiaramente, però, si tratta di un voto su due visioni totalmente diverse dell’Europa e della società francese, e le proposte sono abbastanza cristalline in questo senso da entrambe le parti”.

Il commissario europeo però è fiducioso che “i francesi sceglieranno ciò che gli permetterà di restare nell’Unione e nell’Eurozona”. Pur avendo ricevuto delle rassicurazioni in tal senso dall’esito del primo round, mostra una reminiscenza dell’allenatore serbo: “L’elezione però non è vinta fino alla fine e la fine in questo caso è il 7 maggio, non il 23 aprile”. In realtà, di grande importanza saranno anche le elezioni dell’11 giugno, quelle che definiranno la composizione del Parlamento e le possibilità di formazione di maggioranze per qualunque candidato riesca ad imporsi domenica – e l’impresa, ad oggi, sembra ardua tanto per Macron quanto per Marine Le Pen.

Un elemento rilevante è costituito sicuramente dal fatto che nessun candidato ufficiale (la precisazione è d’obbligo, considerata la virata su Macron di larga parte dei socialisti) appartenente ai partiti mainstream di centrodestra e centrosinistra sia riuscito ad arrivare al secondo turno. Insieme, Hamon e Fillon non raggiungono il 27% di preferenze, rappresentando una forte bocciatura per il Parti Socialiste e Les Républicains. “Di certo questo rappresenta una novità per la vita politica francese, vuol dire che l’elettorato ha espresso un rifiuto netto verso i partiti tradizionali e che questi – afferma Moscovici – dovranno sfruttare i prossimi anni per rinnovarsi e ripensare modalità d’azione e buone pratiche”.

Infine, tanto lapidario quanto chiaro e conciso, una frase su Europa e nazionalismi in risposta alla potenziale lezione che le istituzioni europee potrebbero apprendere dall’ascesa di questi sentimenti e movimenti: “Per combattere il populismo bisogna costruire l’Europa popolare”, che non è esattamente la stessa cosa rispetto all’Europa dei popoli, espressione di segno diametralmente opposto (almeno tra i banchi del Parlamento di Strasburgo) rispetto a quella intesa dal Commissario europeo Moscovici.

L’impressione è che la cautela, almeno in questa fase, resti sicuramente la migliore via da percorrere per gli osservatori europei istituzionali. A poco meno di una settimana dal secondo turno, Macron persevera nella sua lenta, ma costante perdita di consenso – stando ai trend in materia di preferenze di voto degli ultimi giorni – e Marine Le Pen va spietatamente a caccia dei voti sia dei più arrabbiati seguaci di Mélenchon che dei meno abbienti tra i supporters di Fillon, anche copiando quasi parola per parola i discorsi di quest’ultimo.

 

Ma cosa succede se anche il candidato pro-Europa comincia a prendere una piega meno favorevole nei confronti di Bruxelles? In un’intervista di ieri, Macron ha dichiarato che l’Europa “dovrà riformarsi o affrontare la prospettiva di una Frexit. Pura strategia elettorale per raccogliere consenso tra gli scettici e gli indecisi? Possibile, ma scegliere la strada della demagogia spruzzata-qua-e-là per combattere un’altra retorica populista rischia di innescare una corsa agli annunci shock che in Europa, già negli ultimi due o tre anni, ha mietuto più di qualche vittima illustre.