Una fucina di ricercatori della Fondazione Ugo Bordoni (Fub), nata nel 1952, abbandonati al loro destino. Con i soldi pubblici, versati attraverso apposite convenzioni del ministero dello Sviluppo economico, che non bastano a coprire le spese. In particolare gli stipendi dei vertici. Mentre l’ente si sposta su altre attività, come il Registro delle opposizioni per evitare chiamate dai call center, che poco hanno a che fare con gli obiettivi principali: quelli di ricerca e innovazione nell’ambito delle tecnologie dell’informazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i bilanci continuano a chiudere in rosso con una costante erosione del patrimonio. Eppure i dirigenti restano al loro posto, operando in regime di proroga da 4 anni.

In tutto questo il Mise, tenuto a vigilare sulla Fondazione, non muove un dito. Addirittura non ha prestato attenzione alla richiesta di interlocuzione avanzata dai ricercatori, preoccupati dallo svuotamento delle funzioni della Ugo Bordoni, di cui resta un passato glorioso per lo sviluppo tecnologico del Paese: ruolo ricoperto fino alla fine degli anni Novanta. E l’involuzione – senza un piano di ristrutturazione – potrebbe essere il preludio alla chiusura, dilapidando un patrimonio di conoscenze nell’ambito della ricerca e dell’innovazione nell’informazione e la comunicazione. Tuttavia, i toni dei vertici sono rassicuranti. Nel bilancio della Fub viene sottolineato che “la riduzione complessiva dei costi della gestione ordinaria dell’Ente consolida una tensione alla ricerca dell’equilibrio”. E viene lanciato un messaggio tranquillizzante: “L’assetto patrimoniale consente, in un’ottica prospettica, l’assorbimento di elevati stress gestionali”. Sulla carta ci sarebbe da stare tranquilli.

I compiti traditi – Eppure gli ultimi bilanci consultabili della Fondazione, quelli del 2014 e del 2015, mostrano un disavanzo totale di 4 milioni e 200mila euro in due anni. La gran parte delle spese riguarda il personale. I quattro dirigenti costano, infatti, 550mila euro. Il presidente Alessandro Luciano, ex consigliere di amministrazione di Enel e già presidente di Centostazioni (società del Gruppo Ferrovie dello Stato), incassa 174mila euro all’anno a cui si sommano 35mila euro per l’indennità di funzione come direttore generale. Un emolumento in linea con quello del vice direttore e direttore delle ricerche, Mario Frullone, ex consigliere per la transizione al digitale terrestre. I dati sono chiari. Solo nel 2015 il costo per il personale è stato superiore agli 8 milioni e mezzo di euro, mentre le spese per le attività di ricerca si sono fermate a 763mila euro, compresa la cifra investita per la diffusione degli studi.  Del resto anche il sito della Fub rivela come siano frenate da anni le pubblicazioni. L’ultimo dossier, intitolato “Non è tutto oro quel che luccica sugli smartphone”, risale al 2013. Stesso anno per il libro pubblicato più di recente. Qualche traccia di ricerca è relativa a conferenze internazionali con la preparazione di qualche volume.

Calenda fermo – Di fronte alle difficoltà di bilancio il Mise resta fermo, prorogando il mandato del Cda. “Dal 2012, anno di entrata in vigore del nuovo statuto, i componenti sono stati ridotti a 7 a 3, ma non si è mai proceduto alla nomina dei nuovi consiglieri, lasciando inspiegabilmente in carica i vecchi che continuano a percepire, ognuno, un emolumento pari a 12.000 euro annui, da aggiungere ai quasi 100.000 euro dei compensi erogati al collegio dei revisori”, ha denunciato il deputato del Partito democratico, Marco Miccoli, che ha chiesto chiarimenti ufficiali con un’interrogazione rivolta al ministro Carlo Calenda. E dire che ci sarebbe tanto da fare. “La Fondazione potrebbe avere un ruolo su nuove tematiche riguardanti l’economia digitale e in particolare nella consulenza all’implementazione del piano banda ultra larga”, ha incalzato il deputato dem. Pure i sindacati hanno fatto sentire la loro voce, finora senza grossi risultati: “La fondazione deve essere salvaguardata e rilanciata, valorizzando le professionalità che ha al suo interno. Con i passati governi avevamo avuto un dialogo con il Mise per gli interventi da fare. Ma da quando c’è stato il governo Renzi, cioè da quando il sottosegretario è Giacomelli, si è spezzato qualsiasi filo”, ha messo in evidenza Roberta Turi della Fiom-Cgil.

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