Giovanni Malagò contro Sergio Grifoni. Il numero uno presente e futuro dello sport italiano ha trovato un (non) sfidante per le elezioni del Coni, in calendario il prossimo 11 maggio. Oggi scadevano i termini per la presentazione delle candidature, e a sorpresa Malagò non correrà da solo per la presidenza del Comitato Olimpico. Anche se il suo rivale è un perfetto carneade: ex presidente della Federazione orientamento, 79 anni, è il più anziano candidato della storia del Coni. Anche per questo non ci sarà partita. Molto più appassionante, invece, si annuncia la lotta per entrare a far parte della giunta, il “consiglio dei ministri” dello sport italiano. Da cui, per la prima volta da 57 anni a questa parte, resterà tagliato fuori il calcio.

Quello di Malagò è un trionfo annunciato, dopo la grande sorpresa del 2013, in cui superò il favoritissimo Raffaele Pagnozzi, vice dell’ex presidente Petrucci che oggi è diventato suo alleato. Altri quattro anni alla guida dello sport italiano, dopo il primo mandato tra luci e ombre, segnato dal progetto abortito delle Olimpiadi di Roma 2024. La presenza di un rivale, in fondo, gli fa gioco: il suo avversario è il profilo perfetto per levargli lo scomodo ruolo di candidato unico, che già gli stava attirando qualche critica a livello politico, senza creargli alcun problema nella corsa elettorale. Grifoni è un dirigente di vecchio corso, sconosciuto ai più: ex presidente della Fiso (neppure una Federazione vera e propria ma una disciplina associata), classe 1938, nella vita produce olio e vino in provincia di Arezzo e coltiva la passione per l’orienteering. La sua è una candidatura di bandiera, permessa dalle maglie larghissime della vecchie Legge Melandri che estende i requisiti a tutti i presidenti o ex presidenti delle Federazioni (e le discipline associate, 384 in tutto il Paese tra cui anche il “lancio della ruzzola” e la “pallapugno”, sono state equiparate). L’11 maggio raccoglierà una manciata di voti e farà i complimenti al presidente: in cambio si sarà guadagnato tre settimane di visibilità.

Diverso il discorso per la giunta: qui sarà battaglia vera. In ballo ci sono pochi spiccioli (un’indennità di circa 6.500 euro all’anno) e tanto potere: chi viene eletto decide le sorti dello sport italiano per un ciclo olimpico. Per i presidenti delle Federazioni ci sono nove candidati per cinque posti: Sabatino Aracu (Pattinaggio a rotelle), Angelo Binaghi (Tennis), Franco Chimenti (Golf), Renato Di Rocco (Ciclismo), Alfio Giomi (Atletica leggera), Ugo Claudio Matteoli (Pesca sportiva), Gianfranco Ravà (Cronometristi), Flavio Roda (Sport invernali), Luciano Rossi (Tiro a volo). Spicca l’assenza dei due vicepresidenti uscenti, Luciano Buonfiglio (Canoa) e Giorgio Scarso (Scherma): le loro posizioni sono in bilico per alcuni vizi nelle assemblee elettive e nello statuto, e dopo gli articoli de ilfattoquotidiano.it e le polemiche (con tanto di interrogazioni parlamentari) entrambi hanno deciso di fare un passo indietro. Intanto, però, restano in sella alle loro federazioni.

Malagò potrà comunque consolarsi con l’elezione di almeno un paio di suoi fedelissimi: una delle due vicepresidenze, ad esempio, dovrebbe andare a Franco Chimenti, numero uno della FederGolf e mattatore del progetto Ryder Cup che sembra finalmente essere andato in porto, pronto a lasciare la guida della Coni Servizi per fare il vicario al Coni. Chi non ci sarà di sicuro, invece, è il calcio: Carlo Tavecchio non si è nemmeno candidato, forse non gli interessava o ha capito che non era aria dopo la sconfitta di Simone Perrotta, arrivato ultimo tra gli atleti. A fine 2019 anche il vecchio presidente della FederCalcio, Franco Carraro, terminerà il suo mandato al Cio (che dà diritto a un posto in giunta). E così il pallone uscirà completamente dal governo dello sport italiano: non succedeva addirittura dal 1960. Il Coni, che non a caso negli ultimi anni ha tagliato più volte i fondi pubblici alla Figc, è sempre più in mano agli sport minori.

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